Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Non era esattamente la stessa sensazione di prima, tuttavia. Era come se la manopola fosse rimasta bloccata tra due canali, con due immagini distinte che si sovrapponevano.

Un istante prima era sulle scale, e guardava Sam che picchiava contro quel muro di mattoni dannatamente cocciuto. Un attimo dopo i lati della casa cominciarono a sfumare.

La digestione dei ricordi, pensò, senza essere sicuro fino in fondo di cosa significasse.

Riusciva ancora a vedere la casa com’era, il corridoio che si allungava davanti a lui, vuoto e spoglio, e finiva con la scala che portava al pianoterra. Sovrimpresso a quell’immagine, però, c’era un suo duplicato, simile ma non identico, un barlume fuori dal tempo. A volte questo succedeva prima che la manopola finisse il giro e arrivasse al canale successivo, e il presente tornasse da lui, limpido e genuino. Altre volte, gli passavano davanti certe sagome trasparenti, gente che non conosceva, vestita con abiti che gli ricordavano un tempo solo vagamente familiare: una donna e un uomo, una nera e un bianco, come in quel televisore che aveva comprato tanto tempo prima.

Dal primo gradino, Sebastian sentiva il fragore del martello di Sam che scheggiava il mattone. Il rumore riverberava attraverso di lui, dal centro del petto verso l’esterno, come una pietra scagliata sull’acqua liscia come uno specchio.

Ogni volta che si abituava a quelle immagini spettrali, però… click! Il corridoio tornava deserto, i colori sbiaditi ritrovavano la piena esuberanza, le apparizioni svanivano in un batter d’occhio, e ogni ricordo dell’accaduto spariva insieme a loro.

Ancora una volta, erano soli.

Quando era in terza elementare, Sam e suo padre decisero di piantare un roseto, per fare una sorpresa alla madre. Era andata via per tutto il giorno, a trovare il nonno in una casa di riposo che si chiamava Holiday Resort (e la “vacanza”, in pratica, era nonno King che succhiava da una bombola d’ossigeno e lottava contro un brutto caso di enfisema, risultato di molti anni passati allegramente a fumare).

La madre di Sam non sarebbe tornata fino a tarda sera, e suo padre era convinto che avrebbero fatto in tempo a piantare quelle rose. Anche a meno di tre mesi dal suo nono compleanno, Sam sapeva che la madre non avrebbe apprezzato davvero quel gesto. Avrebbe forzato un sorriso e detto quanto erano belle, poi sarebbe entrata in casa a versarsi un vodka tonic con uno schizzo di lime. Quello che davvero pensava del loro duro lavoro sarebbe venuto fuori più tardi…

Credi davvero che qualche rosa da due soldi basti a migliorare questa topaia?

… ma in quel caldo pomeriggio di sole, Sam e suo padre, un uomo esile e mite con il mento sfuggente e una spina dorsale ancora meno pronunciata, si convinsero che quel dono l’avrebbe resa felice.