Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Con la mano sinistra, Moore si tirò su, appoggiando la schiena al muro. La cosa morta si era avvicinata; la sua risata sconnessa non c’era più, ma lei poteva ancora sentirla respirare. Annaspò nel buio intorno a sé, cercando al tempo stesso di toccarla e di non farlo. Toccarla sarebbe stato terribile, forse perfino troppo perché la sua mente sfinita riuscisse a gestirlo, ma in qualche modo non sapere la sua collocazione era peggio. Riusciva a immaginarsela: la carne marcia chiazzata di terra umida, i denti terribili scoperti in un ghigno privo di labbra, gli occhi annebbiati che la fissavano avidi dall’altra parte di quell’abisso oscuro.
Moore spostò il braccio di lato, e la mano andò a sbattere contro qualcosa dalla consistenza quasi di gomma. Con le dita seguì il contorno di quell’oggetto, cercando di comprenderne le dimensioni. I polpastrelli scivolarono su qualcosa di liscio. Il suo fiato umido le scaldò il palmo. La cosa si chinò più vicino, e Moore capì cosa stava succedendo.
Stava toccando un volto. Aveva le dita sui suoi denti. E il volto stava sorridendo. Poteva quasi vederlo, nel buio, come un globo pallido sospeso a pochi centimetri da lei.
«Ti ho trovato, Theresa» ridacchiò, mentre una bile nera e nauseabonda le colava sopra la lingua, e la cosa la leccava.
Con il braccio slogato e la caviglia spezzata che protestavano urlando, Moore si affannò cercando di allontanarsi. Il bordo del primo gradino andò a sbatterle contro la nuca, e lei ci si tirò sopra, cercando di salire le scale strisciando come un bambino che deve ancora imparare a camminare.
La cosa non la seguì. Si ritirò di nuovo nell’ombra.
Moore si sedette sul gradino, ansimando, mentre respirava in fretta in preda al terrore. Come se arrivasse da un altro mondo, un rumore filtrò dall’alto fino a dov’era lei: era il tonfo attutito di un martello che cozzava contro i mattoni.
Tirando indietro la testa, gridò per le scale: «Sam!». Provò di nuovo, allungando quella parola finché la voce non le si incrinò: «Saaaaaam!».
«Non può aiutarti» disse qualcuno nel buio.
Moore si voltò verso quella voce, cercando di costringere i suoi occhi a vedere qualcosa nella stanza nera come la pece. «Chi è? Chi c’è?»
Sentì un rumore di passi, due scarpe che raschiavano sul cemento. «Non deve essere brutto. Posso fare in modo che accada in fretta. Te lo prometto.»
«Daniel?» La mente di Moore cercò di dare un senso a quelle parole, ma scoprì che non ci riusciva. Andavano troppo al di là.
Che cosa, non deve essere brutto? In modo che accada in fretta, cosa?
«Devo farlo» continuò Daniel. «Lo capisci, vero? Lo sai che devo farlo?»
«Fare cosa, Daniel?»
Ecco di nuovo quel raschiare; si stava avvicinando. «Devo farlo. Scusami.»
«Daniel, sono ferita. Mi serve il tuo aiuto. Aiutami a salire le scale.»
«L’hai vista, vero?» Dal suono della sua voce, adesso doveva essere a un paio di metri.