Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Wainwright, lo riconobbe Moore. Spalancando la porta, scese di corsa quelle scale traballanti verso il buio pesto del seminterrato. Ricordò l’ultima volta che lo aveva fatto, scendendo di soppiatto con una macchina fotografica e una torcia a illuminare il percorso. Adesso correva alla cieca. Lo chiamò, a voce alta: «Wainwright! Dove sei? Sto arrivando!».
La luce che arrivava dalla cucina non faceva granché per illuminare la sua discesa, ma fu comunque sufficiente a mostrare l’arco della schiena di una persona, che si alzava dal buio in fondo alle scale come il dorso di una balena bianca. Il suo primo pensiero fu che Wainwright fosse ferito; forse era scivolato su un gradino e rotolato sul pavimento del seminterrato. C’era qualcosa che non andava, però. Il corpo che aveva davanti era troppo pallido, troppo freddo, come privo di vita, prosciugato di tutto il suo sangue.
Rallentò il passo. «Wainwright?» Con mano malferma, fece per toccare la sagoma accasciata in modo così strano sul cemento freddo.
Questa sembrò anticipare quel gesto. Si mosse, allontanandosi da Moore. Allo stesso tempo si voltò, verso di lei e verso la luce.
In cima alle scale, la porta cominciò a chiudersi, e la luce si ridusse rapidamente a una semplice scheggia.
Moore si ritrasse, allontanando di scatto la mano dalla cosa in fondo alle scale.
Il volto che la fissava non era quello di Wainwright; era a stento riconoscibile come umano. Sogghignava, con le labbra spaccate e incrostate di terra premute forte contro due file di denti neri e marci. La pelle era smagrita, con gli zigomi che spuntavano da sotto una pelle livida per il sangue rappreso e coagulato. Sugli occhi aveva sottili ciocche di malconci capelli neri; il resto era caduto da tempo, e aveva lo scalpo punteggiato di crateri rossi e carnosi, come la superficie vulcanica di una luna remota. Un sogghigno basso e rauco filtrò attraverso i suoi denti stretti, con il corpo che fremeva, mentre la guardava ridacchiando.
«Theresa» sibilò.
Lo stomaco di Moore si chiuse a pugno. Pensava che avrebbe vomitato.
«Oh Dio…»
Il lieve contorno di un tatuaggio copriva la carne marcia della schiena di quella cosa. Lo conosceva bene. Era il muso di una tigre che ringhiava. Bobby era stato così orgoglioso di quel tatuaggio di merda, che poi era solo un altro patetico tentativo di sentirsi un uomo.
Ho fatto un errore, pensò Moore.
Poi la porta si chiuse, la luce si spense, il buio l’avvolse. Sentì quella cosa, quell’abominio, che si trascinava sulle scale verso di lei, con le unghie spezzate che scavavano nel legno.
La voce gorgogliò attraverso il muro di muco che aveva in gola: «Perché mi costringi a farti del male?».
D’istinto, Moore cercò di sfuggirle, facendo un passo indietro. Poi un altro. E un altro ancora.
La porta. Poteva farcela. Ma doveva correre.
Ora. Corri!