Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
In cucina, trovò la porta sul retro chiusa. Scostò la pesante tenda di velluto appesa a una finestra vicina, guardando tra gli scrosci di pioggia i boschi dietro la casa. Non c’era alcun segno di movimento, solo i rami pesanti che ondeggiavano percossi dalle grosse gocce di pioggia. Il temporale aveva dato al mondo all’esterno una malsana tonalità giallo-verdastra, rendendo la flora più scura di diverse tonalità, e avvolgendo le foglie nell’ombra. Non era il genere di cose che si vedevano a Los Angeles, dove un singolo tuono era sufficiente a far sbandare fuori strada i motociclisti. No, questo era il preavviso di cose assai peggiori. La pioggia non aveva intenzione di smettere, il vento avrebbe soffiato più forte, e sul tetto la grandine avrebbe colpito le scandole segnate dalle intemperie.
Il ronzio sommesso della voce di una donna si infilò tra le gambe di Moore, mormorando qualcosa di incomprensibile. Guardando in basso, riconobbe subito la fonte, una presa elettrica di poco alla sua sinistra. Il rumore usciva dai fori della presa, con il debole ronzio dell’elettricità che scorreva lì dietro. Strinse, allo stesso tempo, la mascella e i pugni. Quelle dannate voci la stavano facendo impazzire. La casa la provocava, la scherniva, sfidandola a reagire.
Reagire a che cosa? si domandò.
Diede un calcio alla presa, forte, sperando che la voce esitasse, ritirandosi di più dentro al muro. Non lo fece. Le parole anzi si riversarono fuori, sussurrate così in fretta che diventarono solo una lunga serie confusa di vocali e consonanti. Con un po’ di concentrazione, riuscì a distinguere una parola qua e là. «Quella» diceva la donna. E poi «casa», e «cattiva». Dopo qualche minuto, Moore cominciò a riconoscere le stesse parole più volte, ripetute continuamente e sempre nel medesimo ordine. A un certo punto, sentì con chiarezza una frase intera: «Ragazzi, state lontani». Aspettò un intero minuto, guardando la lancetta dell’orologio che superava il segno del quarto d’ora. Rieccola, puntuale. Chiunque fosse quella donna, se una vecchia inquilina della casa, o una vicina impaurita, il suo avvertimento sembrava ciclico, e la casa lo ripeteva ancora e ancora, all’infinito.
E invece si interruppe, bruscamente e in modo inaspettato. La donna si zittì a metà della frase quando due nuove voci, di ragazzi, la sostituirono. «Ti sfido a bussare alla porta» diceva la prima. «Non ho paura» rispondeva la seconda.
Poi, sempre all’improvviso, anche il bisbiglio dalla presa cessò e Moore si accorse di una nuova voce, che chiamava da un’altra stanza. Si voltò in quella direzione, cercando di localizzarla. Attraversando la cucina, con passi morbidi e silenziosi, la seguì fino alla porta del seminterrato. Poggiando la mano sul pomello, accostò l’orecchio alla porta, sorpresa di scoprire che le sue pulsazioni erano aumentate, che la paura scorreva proprio sotto alla rabbia.
«Aiuto!» disse la voce, che apparteneva a un giovane. Era in pericolo, evidentemente. «C’è qualcuno lassù? Per favore, ho bisogno di aiuto!»