Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Sentì l’impatto prima di avvertirlo fisicamente: un tonfo così sordo da fare venire la nausea, come quando si rompe una zucca. La forza di quel colpo lo fece inciampare all’indietro di qualche passo, con le assi marcite che protestavano sonoramente sotto di lui. La sua lingua, frenetica, toccò qualcosa che aveva incastrato tra i denti, attraverso i denti, un oggetto metallico, freddo e dal bordo affilato. Aveva la bocca umida, troppo umida, che si riempiva di un liquido che sgorgava copioso.

Sangue.

La sua mente girava a mille, con il panico che gli mandava i sensi in corto circuito, e gli impediva di capire bene cosa stesse succedendo. In tutto questo, attraverso il pulsare del suo viso, sempre più intenso, attraverso la confusione mentre la sua lingua sfiorava stupidamente il bordo del pezzo di metallo che aveva in bocca, si accorse di un altro rumore. Come un lamento, di lato.

«Scusami» diceva quella nuova voce. Era una voce di uomo, patetica e addolorata. «Scusami» ripeteva in continuazione. «Scusami. Scusami.»

Senza preavviso, Wainwright fu spinto in avanti, con i piedi che inciampavano mentre l’oggetto di metallo gli veniva strappato dal viso. Il sangue traboccò dalle labbra; lo sentì scorrere sul mento, impregnargli la camicia.

«Scusami» insistette la voce, dal tono quasi isterico. «Devo farlo! Scusami!»

Per un attimo quella specie di lamento si interruppe, sostituito da un grugnito, come se l’uomo mettesse tutta la propria energia in una sola azione. Gli occhi spiritati di Wainwright colsero di nuovo, rapidamente, quello scintillio. Stavolta arrivò più angolato, permettendogli di distinguerlo bene, di vedere la cosa terribile che stava per colpirlo. Una lama, piatta e rastremata, come una pietra affilata. Un’ascia. No, più piccola.

Un’accetta.

Ebbe tempo solo per quest’unico pensiero, poi l’impatto gli fece scattare la testa indietro, piegando il collo in un angolo innaturale. Qualcosa gli si staccò dalla cima della testa e colpì il terreno con un rumore umido e terribile. Il sangue gli impregnava il dietro della camicia. Poi l’oscurità lo avvolse. Non se lo era immaginato così, quel momento. Si era aspettato che la morte arrivasse in uno schioccare di dita. Adesso invece sentiva la sua mente che gradualmente si fermava, come il disco fisso di un computer che rallenta fino a smettere di girare. C’era solo buio, e poi… più nulla.

Daniel fissò il disastro che aveva combinato, gonfiando il torace a ogni respiro.

Il secondo colpo aveva staccato di netto lo scalpo a Wainwright. Il grumo di pelle e capelli era finito sul terreno bagnato di pioggia. Dove prima c’erano i capelli, la cima del cranio si era sfondata, e tra i frammenti di osso scheggiati si intravedeva il rosa-grigio del cervello.

Lasciandosi scivolare l’accetta di mano, Daniel cadde sulle ginocchia, tremando con tutto il corpo, mentre iniziava a piagnucolare. «Scusami» sussurrò al corpo senza vita. «Scusami. Scusami.»