Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Guardando la zona proprio a sinistra delle scale, Daniel immaginò un sistema di cinghie e ruote dentate che si azionavano per far scendere qualcosa. Quando il cigolio raggiunse il pianoterra, un terzo tonfo echeggiò nell’atrio mentre il macchinario si arrestava.
Un attimo dopo capì, imbarazzato per quanto fosse ovvio.
L’ascensore.
Si addentrò nell’atrio, e la porta di ferro a fisarmonica dell’ascensore entrò nel suo campo visivo. Attraverso la grata, Daniel poteva vedere le pareti di legno della cabina. Quando erano arrivati doveva essere fermo al piano più alto. Qualcosa lo aveva azionato proprio in quel momento, forse un sovraccarico di tensione, ed era sceso.
A parte il fatto che siamo senza elettricità, ricordò Daniel. Abbiamo provato ad azionare gli interruttori. Non c’è corrente.
Cercò di guardare nella cabina. Sembrava vuota, ma la grata di ferro gli bloccava parzialmente la visuale. Poteva esserci qualcosa, dentro. Un’ombra. Qualcuno.
Daniel, incerto, accostò le dita alla porta a fisarmonica. Prese fiato e l’aprì, con cautela. L’ascensore era vuoto. Tanto per esserne certo, perlustrò l’intera cabina dal pavimento al soffitto, senza trovare nulla, a parte…
Daniel piegò la testa, confuso. La luce al centro del soffitto era accesa, con il vetro opaco che splendeva dall’interno, disegnando il profilo degli insetti morti ammucchiati sul fondo.
Dunque c’era corrente. Dovevano essersi sbagliati. Forse gli interruttori che comandavano le luci erano staccati, mentre quello dell’ascensore no. Era un po’ azzardata, ma era l’unica spiegazione che avesse un po’ di senso.
Era vagamente consapevole dei piedi che si muovevano e lo portavano dentro alla cabina. Allungò una mano e afferrò la porta a fisarmonica, per chiuderla. Davanti a lui c’erano dei pulsanti, tre in tutto, uno sopra l’altro come la scintillante colonna vertebrale di una lontana costellazione. Premette il pulsante più in alto, con il numero 2.
Aspettò che tornassero i rumori famigliari: il cigolio degli ingranaggi, il tonfo della catena che si tendeva, ma c’era solo silenzio. Poi l’ascensore si mosse, con l’atrio che svaniva alla sua vista mentre Daniel passava da un piano all’altro. Comparve il corridoio del primo piano. All’estremità opposta vide le scarpe nere e consumate di Sebastian, e la schiena di Sam che sporgeva da dietro l’angolo. L’ascensore continuò a salire senza fare rumore. Dall’alcova non spuntarono teste, né occhi stupiti guardarono Daniel che li superava, salendo.
Su, su, su, sempre più in alto all’interno della casa. L’ultima scheggia di luce dal corridoio del primo piano scivolò sul pavimento dell’ascensore, poi si spense, e Daniel fu avvolto dalla penombra, che rese quasi invisibile il disegno a riquadri della porta a fisarmonica davanti a lui.