Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Era inutile, lo sapeva. Era morta. Non si poteva tornare indietro.
Ma la casa lo aveva fatto, no? Questo maledetto abominio di casa aveva preso vita, per volontà propria. Si era insinuata nelle loro esistenze da migliaia di chilometri, come un invisibile rampicante che strisciava per tutto il Paese, fino alle loro case, alle loro famiglie, alla loro mente.
La casa ha Claire. Me lo ha detto che ce l’ha. Se ora la tiene prigioniera, può anche liberarla.
Daniel chiuse gli occhi.
«Per favore, ridatemela» sussurrò.
Il vuoto lo circondava. Silenzioso. Infinito.
Senza preavviso, una scossa gli attraversò il corpo, una corrente elettrica che lo percorse dalla testa ai piedi. Le sue grosse dita strinsero il corrimano, con le unghie che scavavano nel legno mentre quella sensazione lo travolgeva. Il suo primo pensiero, il suo unico pensiero, fu che doveva essere l’attacco di cuore che il suo medico gli annunciava da sempre. Poi arrivò una sequenza di immagini: Claire da bambina, tra le braccia di Sabrina; il battesimo di Claire; Claire in sella alla sua prima bicicletta; Claire che festeggiava con la squadra delle scuole medie; Claire con il suo cavaliere per il ballo d’autunno. Erano scatti che conosceva bene, custoditi in un album da qualche parte nella sua casa di Chicago. Queste immagini però erano più reali di quelle fotografie piatte e senza vita. Erano tridimensionali, con uno strano senso di movimento. Claire batteva le palpebre. Stendeva le labbra in un sorriso. Poteva quasi sentirla ridere.
In fondo al cranio, con il cervello attraversato da una corrente elettrica, una voce crepitò attraverso una cortina di antichi sussurri: Avresti potuto salvarla.
Poi cessò. Qualunque cosa lo avesse posseduto lasciò il suo corpo, con l’elettricità che si dissipava dalla punta dei capelli, dai polpastrelli delle dita tozze. Gli sfuggì un basso sospiro, dagli angoli più reconditi dei polmoni.
Intorno a lui, le giunture di legno della casa cominciarono a scricchiolare, come se l’edificio ondeggiasse piano nelle fondamenta per le scosse quasi impercettibili di un lieve terremoto. Durò solo qualche istante, poi il movimento cessò, e l’ordine fu ristabilito.
Si fermò in fondo alle scale, con la casa silenziosa tutto intorno a lui. All’esterno si alzò il vento, che entrò fischiando da una crepa nel muro.
Daniel fece alcuni brevi respiri, per mettere alla prova il proprio corpo, per assicurarsi che tutto funzionasse a dovere. Non provava dolore, non aveva il fiato corto, non si sentiva stringere il petto. Qualunque cosa fosse, qualunque cosa lo avesse attraversato, se n’era andata.
Da sopra, in alto, si sentì un tonfo, e l’intera casa sembrò tremare. Daniel piegò la testa, tentando di localizzare quel suono. Era dentro alle pareti, nascosto. Al primo seguì un secondo tonfo, poi un cigolio lento e regolare. Lo riconobbe, adesso. Degli ingranaggi che giravano. Un macchinario in funzione.