Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Per altri trenta minuti, obbediente, Sam restò seduto davanti al documento di Microsoft Word vuoto. Poi, con niente di più che un sospiro, spense il computer. L’hard disk si fermò con un ronzio. Il monitor abbassò le palpebre, esausto.

Non avrebbe dovuto essere così difficile. Era il suo lavoro. Era l’unica cosa che sapeva fare. Raccontare una cazzo di storia.

Dentro di te hai una storia migliore.

Poggiò il polpastrello sul pulsante di accensione, ma non lo premette. Ascoltò la casa che ogni tanto scricchiolava, o dava qualche colpo secco. I soliti rumori della notte.

Rumori di assestamento.

Chiuse gli occhi.

Sentì di nuovo il sapore del fumo.

C’era un ragazzo davanti a una casa che bruciava, un’ombra che quell’inferno faceva sembrare così piccola.

Sam lasciò che il dito si allontanasse dal pulsante. Il computer, per quella notte, sarebbe rimasto spento.

Nel bagno padronale si preparò per andare a letto, lavandosi i denti e il viso, e scivolando fuori dai blue jeans consunti. Dall’armadietto delle medicine prese un flacone arancione e ne scosse fuori una sola pillola verde, trenta milligrammi di Paroxetina. Contro l’ansia, si disse. In realtà era contro la depressione. Serviva a rendere la tristezza meno tagliente. Secondo loro, una pillola era sufficiente a sconfiggere la cosa da cui fuggiva da quando era piccolo.

Andò a letto indossando solo i boxer, anche se il freddo di metà ottobre penetrava attraverso le pareti. Non si preoccupò nemmeno di coprirsi. Restò sdraiato al buio, limitandosi ancora alla “sua” metà del letto, fissando il punto in cui sapeva che si trovava il soffitto.

Dentro di te hai una storia migliore.

Sentì qualcosa in gola. Qualcosa di grigio, aspro e terrigno. Non riusciva a respirare. Non voleva respirare. Voleva che quella cosa lo prendesse. Meritava di essere trascinato nel buio insieme a lei. La cosa gli strinse ancora di più la gola, bruciando senza fiamma, minacciando di prendere fuoco. Desiderò che lo consumasse. Doveva sentire la pelle che si staccava, una striscia carbonizzata dopo l’altra. Doveva conoscere di nuovo quello strazio, sentire la puzza nauseabonda della sua carne che cuoceva.

Afferrò l’avambraccio sinistro e strinse, e la pelle cicatrizzata sotto i tatuaggi si svegliò, contorcendosi come un rettile al calore del sole.

La luce arancione tremolò alla base del suo cranio. Le ombre danzarono sul muro della caverna.

Non era sufficiente. Gli era andata anche troppo bene. Avrebbe dovuto uccidersi molto tempo prima. Lo sapeva il cielo che ci aveva pensato infinite volte. A piantarsi un proiettile nel cervello. Ad aprirsi il braccio dal polso al gomito con un taglierino. Impiccarsi a una trave del garage, scalciando come uno stupido nel vuoto.