Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Per me, era il mio ex ragazzo» disse, con un tono di intimità, quasi un sussurro. «Si chiamava Bobby. Ero giovane, appena uscita dal liceo, e vivevo in un cesso di casa in una cittadina di merda nel deserto a nordovest di Los Angeles. Allora non ero T.C. Moore. Ero solo una brava ragazza cattolica che si chiamava Theresa Catherine, e per me Bobby era tutto. Finché non mi fece questo.»
Indicò la pupilla rotta.
Sam sentì la bocca che si apriva per parlare, ma non aveva idea di cosa dire. «Mi dispiace» azzardò alla fine.
«A me no» rispose Moore. «Mi ero abituata a Bobby che mi picchiava. Era diventato parte della mia vita. Quando però guardai il mio occhio allo specchio per la prima volta, quando vidi come si era aperto quel buio, fu come guardare in un altro universo, dove non dovevo più essere la buona, obbediente Theresa. Così un giorno lo lasciai e basta. Traslocai a Los Angeles e nacque “T.C.” Moore. E non vidi mai più Bobby.»
«Fino a ora» commentò Sam.
Moore annuì. «Ho cominciato a sentire la sua voce, che mi chiamava da qualche parte dentro la casa. “Theresa. Theresa.”»
Disse quel nome come una cantilena, e il suono faceva accapponare la pelle a Sam.
«Quando scrivevo, la voce spariva. Qualche volta, però, ho cercato di lasciar perdere il romanzo, di smettere perché sapevo che si stava impadronendo della mia vita, e allora veniva a trovarmi.»
Il bordo delle sue palpebre scintillava di lacrime.
«Sembrava vero, Sam. Esattamente come allora. Il dolore. La paura. Sapevo addirittura cosa dovevo dire per farlo smettere. Dovevo dirgli quanto ero inutile. Dovevo farlo sentire un grand’uomo.»
Una singola lacrima le scese dall’occhio e le corse sulla guancia. Lei l’asciugò, con rabbia.
«Non era solo la sensazione di essere tornata a Kill Creek a farmi continuare a scrivere. Lo facevo per tenerlo lontano.»
Lui allungò una mano e prese la sua. Gli sembravano stranamente familiari, quelle dita tra le sue.
Perché è già successo. Nella casa delle sorelle Finch. Nel sogno.
«Ma non può essere davvero Bobby» stava dicendo Moore. «È vivo. L’ultima volta abitava in Arizona. È uno stronzo violento, ma non è un fantasma del cazzo.»
«Non è lui» le rispose Sam, «proprio come non è mia madre. È la casa, che usa queste cose per arrivare a noi, per spezzarci.»
«E come faceva a saperlo?»
Perché glielo ha raccontato lei. Proprio come io le ho raccontato di mia madre. Quando lo dissi a Moore, quella notte. Quando venne in camera mia.
Ma non era davvero lei.
Non era Moore. Era la casa.
Sam sentì come se il pavimento dell’aereo fosse svanito. Precipitava, scendendo a spirale verso la terra.
«Ascoltava» disse.
«Di che parli?»
«Della casa. Quando siamo stati là lo scorso autunno. Ci ascoltava. Le nostre conversazioni. I nostri pensieri. Le abbiamo raccontato tutto quello che doveva sapere per spezzarci.»
«È… è impossibile» disse Moore, ma c’era una vena di dubbio nella sua voce.