Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Al primo piano non trovarono fantasmi ad attenderli. La finestra di vetro colorato all’estremità del corridoio era un’alternativa gioiosa alle ombre che avvolgevano la cima delle scale. Superarono le porte chiuse delle stanze, a destra e a sinistra, dando ciascuno un’occhiata di nascosto alle vecchie stanze da letto, sopraffatti dai ricordi della prima visita a Kill Creek.

Dopo avere svoltato bruscamente nell’alcova in fondo al corridoio, Moore si fermò con i piedi a contatto del primo gradino della rampa di scale. Gli altri le si raccolsero intorno, prendendosi tutti un attimo per sbirciare attraverso la penombra il muro di mattoni sopra le loro teste. Dietro, gli avevano detto, c’era la camera da letto del secondo piano, il posto dove i polmoni di Rebecca Finch avevano esalato l’ultimo respiro, la stanza che Rachel Finch aveva sigillato dopo la morte della sorella.

«’Fanculo» disse Moore, e arrancò su per i gradini, sollevò la mazza e lasciò andare un grido feroce. La testa del martello andò a cozzare contro i mattoni, staccandone un pezzo che rotolò fino in fondo alle scale.

Sam fissò il pezzo di mattone, impaurito. Era come se avessero appena dato un pugno a un bullo, e quella scheggia rossa sembrava una goccia di sangue sul pavimento di legno.

Se la casa non si era svegliata prima, si è svegliata adesso.

I colpi aumentarono, il fracasso della mazza sempre più forte, con Moore che ci metteva sempre più muscoli. A differenza del primo colpo, però, i successivi ebbero scarso effetto sul muro. Non importava con quanta forza aggredisse i mattoni, i bordi restavano intatti, la calce ben salda. Prima che fosse passato molto tempo, e malgrado il fresco della casa, Moore aveva il viso fradicio di sudore.

«Chiunque pensava che questo muro sarebbe venuto giù in un attimo può baciarmi il culo» gridò agli altri.

Sam posò la borsa di tela, e Wainwright si affrettò ad aprirla. Frugò tra i vari oggetti all’interno, scansando la Bibbia che Moore aveva comprato e prendendo lo scalpello e il martello da carpentiere. Salì i gradini due alla volta, fino in cima, e poggiò la punta dello scalpello sulla calce tra due file di mattoni. Presto si sentì il rumore di due martelli al lavoro, con le teste che colpivano con ritmo regolare. L’aria era già satura di polvere grigia mentre i pezzetti di calce saltavano via, ma il muro restava pressoché intatto.

Con un lieve gemito, Sebastian premette le mani contro i lati della stretta rampa di scale e si abbassò sul primo gradino.

«Stai bene?» domandò Sam.

Sebastian sorrise, stanco. «Sì, sì, naturalmente.»

Sta mentendo, pensò Sam.

Guardò Moore e Wainwright al lavoro, con le braccia che mulinavano disegnando semicerchi, la mazza di Moore che attaccava brutalmente il muro, il martello di Wainwright che pestava sul fondo dello scalpello. Intorno a loro, la nube di polvere di calce era sempre più densa.

Wainwright si tirò il colletto della camicia sopra al naso e alla bocca, per proteggere i polmoni da quell’aria irritante.