Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Uscendo sul marciapiede, Sam si sentì come se avessero perso dei giorni interi, addirittura una settimana. Quella visita non poteva essere durata più di due ore, eppure eccoli lì, che si trascinavano verso Washington Avenue come un branco di tossici con il cervello bruciato, incapaci di comprendere le informazioni che avevano ricevuto. Sebastian si unì a loro, desideroso di aria fresca.
Sam avrebbe dovuto ridere della teoria del parapsicologo, come di una ridicola storia di fantasmi fin troppo sfruttata.
Non lo fece, però. Non poteva.
Fu lui a raccontare a Sebastian di Kate. Il vecchio non voleva crederci; si rifiutava di accettare l’ipotesi che la casa fosse responsabile della sua morte. Più Sam insisteva, più Sebastian resisteva.
È solo naturale. All’inizio abbiamo cercato tutti di razionalizzare, si disse.
Questa cosa però è diversa. Non è che Sebastian non voglia crederci; semplicemente non gli piace ciò che sente. È come se… Come se stesse difendendo la casa.
Sam non sopportava quell’idea. Quella casa maledetta. Quella cosa che si era infiltrata nelle loro vite. Quella cosa che non si sarebbe fermata finché non avesse realizzato il suo progetto misterioso, o tutti loro fossero…
Morti.
Cercò di deglutire, e scoprì che la gola gli si era stretta come un pugno.
Che facciamo? Che cazzo dovremmo fare?
La risposta arrivò senza preavviso.
«Dobbiamo tornare alla casa» Sam disse su quel marciapiede di Brooklyn, mentre il crepuscolo ricopriva il quartiere come una vorace ombra purpurea.
Il gruppo si scambiò uno sguardo confuso.
«A Kill Creek?» domandò Moore.
Sam annuì.
«E a farci cosa?» chiese Sebastian, incredulo.
«Sebastian, qualunque cosa sia, si sta infiltrando nelle nostre vite, a distanza di migliaia di chilometri. Non ce ne libereremo mai, se non troviamo il modo di fermarla.»
«E come? Cosa pensi che possiamo risolvere, tornando in quella casa?»
«Non lo sappiamo.» Sam si voltò e vide Moore, con le mani sepolte nelle tasche di un impermeabile nero attillato e il vento che spingeva avanti e indietro i suoi lunghi capelli neri, come un pendolo. «Sam ha ragione, però. Dobbiamo andare. E tu vieni con noi.»
Il vecchio sbuffò. «E perché diamine dovrei…»
«“E il primo mattone venne via”» disse Sam.
A Sebastian si bloccò il respiro in gola. «E tu come fai a saperlo?»
«E lì che hai smesso di scrivere, vero?»
Sebastian non rispose.
«È l’ultima riga che tutti noi abbiamo scritto» continuò Sam. «Tutte le nostre storie si sono fermate davanti a quel muro di mattoni, un muro esattamente come quello di Kill Creek. Dobbiamo entrare in quella stanza, Sebastian.»
«E per quale motivo? Che c’è là dentro?»
Sam scosse la testa. «Non lo so» ammise, e desiderò di avere una risposta, una qualsiasi.
«Hai sentito cosa ha detto Adudel» disse Moore a Sebastian. «La casa ha bisogno di un cantastorie. È quello che ha fatto dallo scorso novembre. Ci ha costretti a raccontare la sua storia.»