Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Una preghiera, credo. Non so; ho provato a esprimere il desiderio che si allontanasse. Sapevo che se mi fossi voltato, se l’avessi vista, sarei impazzito. Sapevo che avrei visto qualcosa che non doveva esistere. Qualcosa di… innaturale. Devo essere rimasto immobile per almeno dieci minuti.» Le parole di Wainwright adesso erano più lente, la voce più ferma. «Alla fine non ce l’ho fatta più a sopportarlo, ho preso fiato e mi sono voltato. Non c’era niente. Assolutamente niente. Ero solo, come ero stato per tutto il giorno.» Rise, imbarazzato. «Dio, sembra così sciocco quando lo racconto ad alta voce. Penserai che ho perso la testa, amico.»

Non ti prende in giro, si disse Sam. È impaurito. Impaurito davvero.

Quando Sam si appoggiò allo schienale, la casa di Daniel sembrò incombere sopra di lui, con quelle finestre vuote che riflettevano il cielo e il sole, e sembravano tanti occhi, come quelli di un ragno che, immobile, aspetta il momento perfetto per colpire. Non se n’era accorto prima, ma l’edificio a due piani aveva una finestra in soffitta, appollaiata leggermente più in alto del resto, un singolo pannello di vetro che dava a quella casa l’illusione di avere un altro piano.

«Sam?» lo chiamò Wainwright, da quasi duemila chilometri di distanza. «Sam, ci sei?»

Wainwright li incontrò all’aeroporto LaGuardia. Fece del proprio meglio per fingere un sorriso. «Lieto di vedervi» disse. Sam sapeva che diceva sul serio.

La pelle di Wainwright aveva ancora quello strano aspetto gommoso, ma i capelli erano sporchi e schiacciati sul cranio. Quelle che quando l’aveva conosciuto gli erano parse scaglie porpora nei suoi occhi adesso non c’erano più.

Quando entrarono in città era già l’una. Violenti raggi di sole si infilavano tra le torreggianti sagome nere dei grattacieli. Anche se era soltanto aprile, era una giornata caldissima, con il calore che, da lontano, disegnava onde spettrali sopra l’asfalto. New York City puzzava di muschio, come un animale, e sotto il sole abbagliante anche il marciapiede sembrava sudare.

Guidarono nel traffico intenso, perlopiù in silenzio. Mezz’ora dopo si fermarono in un garage dell’Upper East Side. Wainwright lo chiamava appartamento, ma in realtà era l’intero primo piano di un edificio di quindici che si affacciava sul centro di Manhattan. Diverse pareti erano state buttate giù per creare un grande loft con vetrate che andavano dal pavimento al soffitto. In lontananza, la luce del sole scintillava sulla superficie del lago artificiale di Central Park. Era esattamente il genere di appartamento da scapolo che ci si poteva aspettare da Wainwright; pavimenti di legno trattato con il mordente nero, elettrodomestici d’acciaio, mobili monocromatici. Le uniche macchie di colore venivano da quadri di artisti sconosciuti e vecchi manifesti di film splatter. A dividere il loft erano alcune librerie piene di dischi in vinile, tascabili malandati e innumerevoli Blu-ray di oscuri film di genere.