Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Con un tovagliolo di carta, Daniel si asciugò le gocce di sudore che gli erano spuntate sulla fronte. «Deve essere una coincidenza, giusto? Voglio dire, è impossibile, che noi tre scriviamo libri tanto simili.»
«Tranne che non sono simili» disse Moore. «Sono identici. Esattamente gli stessi. Sequenza per sequenza.»
Fecero tutti silenzio. Intorno a loro c’erano i rumori della tavola calda: le stoviglie che tintinnavano sui piatti, le tazze di caffè che venivano riempite, il mormorio delle voci. Era tardi, la giornata già un ricordo lontano. Per chiunque altro, in quel locale, era solo un’altra serata a Chicago.
Per noi invece…
«C’era qualcosa, con me, in casa mia» disse Sam.
«Cos’era?» chiese Daniel.
Non devono saperlo. Non ancora.
Sam alzò le spalle. «Non lo so. Una presenza.»
«L’ho vista anch’io, a casa mia» confessò Moore. Teneva la voce bassa, come se avesse paura che qualcuno al di là del loro tavolo potesse udirli. «Quando smettevo di scrivere veniva da me e mi chiamava. Per nome.»
Sam le offrì un sorriso triste. «Pensi ancora che sia un’allucinazione collettiva?»
Moore ci pensò per un attimo, poi scosse la testa.
Daniel si massaggiò la fronte così forte che si lasciò dei segni rossi sulla pelle. «Non saremmo mai dovuti andare in quella casa. Non starebbe succedendo niente di tutto questo, se non ci fossimo andati.» Poi gli venne in mente una cosa e spalancò gli occhi. «E Sebastian?»
«Non ci abbiamo ancora parlato» rispose Sam.
A Daniel si illuminò il volto. «Be’, dovremmo. Forse a lui non sta succedendo. Forse lui sta bene.»
«E allora? E se sta bene? Che cosa prova?» domandò Moore.
«Niente» confessò Daniel «ma almeno vorrebbe dire che qualunque cosa ci stia succedendo finisce con noi. Vorrebbe dire che è contenuta.»
Contenuta.
A Sam quella parola non piacque. Gli fece pensare a un virus fuori controllo, a uomini con le tute contro il rischio biologico che lavoravano in modo febbrile su pazienti ormai condannati, che perdevano fiumi di sangue scuro da ogni orifizio. Lo faceva sentire come se fossero tutti colpiti da un’infezione sconosciuta e dunque incurabile. Altri tre corpi da bruciare.
«Dobbiamo andare a trovare Sebastian» insistette Daniel. «Dobbiamo vedere come sta. Capire se sta bene.»
Moore si passò le unghie scheggiate sul viso e buttò fuori un lamento, irritata. «È proprio fantastico. Passiamo una sola notte in quella casa, e adesso siamo impegnati in una caccia al tesoro soprannaturale del cazzo.»
Daniel scosse la testa. «È ovvio, però, che tutto questo non se ne andrà da solo. Dobbiamo fare qualcosa.»
«Lo so benissimo che dobbiamo fare qualcosa! Dammi solo un momento per esprimere i miei sentimenti, cazzo!»
Moore spinse via la tazza, con un rumore forte, e versando un po’ di caffè dal bordo sul piattino.