Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Anche lui ha perso un figlio» spiegò il pastore Charlie. «Ha sacrificato il suo unico figlio perché possiamo essere salvati.»

Daniel annuì, con un po’ troppo entusiasmo, la testa che faceva su e giù come attaccata a una molla. «Giusto. Giusto, lui ha sacrificato suo figlio. Lui ha scelto di farlo. Lui era d’accordo.» Daniel si batté l’indice sul petto. «Io no però. Io non ho potuto dire nulla sulla morte di mia figlia. Io non ho dato nessun via libera per cui quell’auto superasse la linea mediana e andasse a sbattere contro la sua. È stato lui! È stato Dio! E allora vaffanculo!»

«Daniel!» Sabrina rimase a bocca spalancata, senza nemmeno respirare.

Daniel si voltò verso di lei, con gli occhi fuori dalle orbite. «Che c’è?»

Grosse lacrime uscirono dagli occhi di Sabrina. Scorsero lungo le sue guance come pioggia, portandosi dietro strisce nere di mascara. Fece un passo indietro per allontanarsi da lui, tenendo davanti a sé una mano tremante, come se si aspettasse che le si lanciasse contro. Sabrina premette il tallone sinistro sulla spessa moquette color crema, e lentamente lo usò come perno, permettendo allo slancio del movimento di spingerla verso il corridoio. Un attimo dopo correva per le scale al piano di sopra, non riuscendo più a trattenere i singhiozzi.

Il pastore Charlie rimase sul divano, stupefatto per quello spettacolo così insolitamente pieno d’odio che Daniel aveva appena messo in scena.

Non c’era altro da dire.

Un odore improvviso riempì la stanza. Odore di cose in decomposizione, di cose che marcivano nell’oscurità.

L’odore del pozzo.

Daniel fece una smorfia e guardò il pastore Charlie. L’uomo dal volto allungato si fissava le mani giunte, perduto in una preghiera silenziosa. Sembrava che non si fosse accorto di quella puzza.

L’odore riportò in fretta Daniel a un altro momento.

In piedi sulla tomba aperta della figlia, guardava la bara che veniva calata nel terreno. Anche allora aveva notato l’odore, anche se il dolore gli aveva impedito di riconoscerlo del tutto. Adesso ricordava, di quando era sul bordo di quella fossa, un’inspiegabile raffica di vento che saliva dal basso e, insieme, quel terribile odore di decomposizione. Ricordò di aver visto delle ombre, nella fossa. Ora, sul palcoscenico della sua mente, le vide di nuovo. Stavolta però si muovevano, ondeggiavano come anemoni di mare. Erano braccia che salutavano, mani che si allungavano per dare il benvenuto a sua figlia nel buio.

«Lei è all’inferno» sussurrò Daniel.

Da qualche parte sopra la propria testa, nella casa, sentì un debole cigolio, come di una ruota che girava.

Una lacrima uscì e scorse sulla guancia di Daniel. «Devo andare» disse.

Il pastore Charlie restò con il viso illuminato dall’alto da un raggio di luce, che creava enormi pozzanghere d’ombra che oscuravano i suoi occhi.

«Per favore, dobbiamo parlare di questo» pregò il pastore, allungando una mano.

Daniel, con un gemito impotente, partì di corsa su per le scale.