Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Quel giorno andò dritto a casa, toccò la barra spaziatrice per fare uscire il computer dall’ibernazione e si lanciò a capofitto in quel nuovo racconto. Quando alzò gli occhi dal muro di parole sullo schermo era passata la mezzanotte; stava scrivendo da dieci ore. Non si era nemmeno preoccupato di accendere la luce. C’era solo il bagliore del monitor a illuminargli il viso.
Il giorno dopo le parole arrivarono due volte più veloci. Ogni tanto, all’improvviso, Sam si alzava di scatto dalla sedia e passeggiava per la stanza, solo per sfogare l’energia che si era accumulata dentro di lui, l’eccitazione che le sue dita non riuscivano a scrivere abbastanza in fretta da cancellare. Il blocco dello scrittore era ufficialmente guarito. Aveva rotto qualunque argine impedisse alle parole di scorrere, e adesso queste lo travolgevano, come un diluvio.
Il giorno dopo, Sam annullò la lezione del pomeriggio e continuò a picchiare sulla tastiera. Intorno a lui la casa sembrò sparire, con le pareti e il soffitto che sbiadivano lentamente finché non si trovò seduto al centro di un buio senza fine.
I giorni passarono in un lampo, e diventarono settimane. Quando gli capitò di guardare dalla finestra sul davanti di casa sua, rimase sconvolto dalla spessa coltre di neve che copriva il giardino. A quel punto era ormai dicembre, e aveva già scritto più di quattrocento pagine.
Verso la metà di quel mese, il suo telefono cellulare squillò. Aveva preso a ignorarlo dopo una telefonata particolarmente imbarazzante, con cui il preside della facoltà di Scienze umanistiche lo aveva informato che la scuola passava il suo corso a un professore associato del dipartimento di Cinema. Sam aveva risposto che comprendeva, e aveva riagganciato lasciando il preside a metà di una frase. Stavolta, però, il nome sul display lo spinse ad allontanarsi dal computer e rispondere al telefono.
Era Erin. Parlava a bassa voce e lentamente, come si potrebbe parlare a un animale che si ha timore di spaventare.
«Sam? Sono giorni che ti cerco. Stai bene?»
Si incontrarono al Bourgeois Pig, un caffè sulla Ninth Street. Quando Sam arrivò stava cominciando a nevicare. Erin era seduta a un tavolino accanto alla vetrina. Era sempre stata bella, eppure adesso c’era qualcosa in lei che addirittura toglieva il fiato. Per dirne una, aveva i capelli più lunghi. Il taglio corto irregolare e alla moda della vecchia Erin – la sua Erin – era cresciuto fino a scendere cinque centimetri sotto le orecchie, e le punte delle ciocche si arricciavano fino a carezzarle la curva della mascella. Indossava una maglia aderente a girocollo, verde, che lui non le aveva mai visto. Capelli nuovi. Vestiti nuovi. Una nuova Erin.
Quando lei lo abbracciò, però, tutto sembrò tornare a posto. La mano di lui trovò la curva della sua schiera, il mento di lei scivolò perfettamente sul bordo della sua spalla. Furono di nuovo una cosa sola, anche se solo per un istante.