Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Senza guardare, Sam allungò una mano e prese una nuova risma da una pila pericolante. Strappò l’incarto come un leone che sbrana la sua preda. Tirò fuori una mazzetta di fogli e la infilò nel vassoio della stampante. Ormai quel gesto era come una seconda natura. Era programmato, capitava così spesso che quasi non se ne accorgeva.
Ci fu un attimo di esitazione, mentre la stampante si calibrava. Poi le pagine ricominciarono a uscire, una sull’altra, finché la mazzetta di fogli bianchi non si fu trasformata in una pila densa di parole.
Sam tolse le dita dai tasti del computer solo per un po’. Era febbricitante, la pelle arrossata, il volto che scottava. Sentiva l’odore freddo e umido del sudore che saliva a zaffate da dentro la camicia. Erano giorni che non faceva la doccia. Non si era nemmeno cambiato. Non che gliene importasse. L’unica cosa importante era il libro, finire il libro, digitare le ultime, perfette parole e godersi il momento in cui la pagina finale avrebbe raggiunto le altre. Tante altre. Pile su pile di fogli. Erano sparsi per la stanza come minuscoli grattacieli di carta, costruiti senza troppa cura, e che sarebbero potuti crollare con facilità.
Era iniziato tutto sei mesi prima, con un solo istante di ispirazione. Sam era tornato a fare lezione in un’aula colma di studenti smaniosi di sapere della notte passata dal loro professore a Kill Creek. La maggior parte di loro aveva seguito su WrightWire l’intervista e i video di approfondimento che Wainwright aveva postato nei giorni successivi. I ragazzi, inoltre, avevano letto della morte della figlia adolescente di Daniel Slaughter, che adesso sembrava una sinistra battuta conclusiva, come se gli spiriti di Kill Creek avessero voluto farsi un’ultima risata.
Gli studenti gli fecero qualche domanda, che Sam liquidò in fretta. Non voleva parlare di Kill Creek. Quando chiudeva gli occhi, vedeva ancora quel dolore intollerabile deformare il volto di Daniel in qualcosa di irriconoscibile. Con molta chiarezza, Sam disse che il corso avrebbe seguito il programma, senza discutere di qualcosa che tutti potevano facilmente guardare online.
Era, dunque, nel bel mezzo di una lezione sul ruolo di Satana nell’horror, dai processi per la caccia alle streghe di Salem all’ossessione per il satanismo degli anni Ottanta, quando, senza preavviso, gli venne in mente una frase, semplice nella sua purezza:
La casa lo chiamò, e lui rispose.
Cercò di ignorarla, ma la frase non voleva andarsene.
Sam tornò al leggio e si appuntò quelle parole in un quaderno a spirale, prima di continuare con la lezione. Poi però dal nulla si formò un’altra frase, poi un’altra, e un’altra ancora. Ogni volta, Sam correva al leggio per scriverle finché, alla fine, cominciarono a venirgli in mente così in fretta che dovette concludere la lezione in anticipo. Sam congedò la classe con un cenno della mano; non voleva interrompere il flusso di pensieri e immagini che scorreva dalla punta della penna.