Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Era andata a quella cena sperando in qualcosa di meglio. L’avevano accolta con abbracci e sorrisi, con baci sulle guance. Uno di loro le aveva addirittura tirato indietro la sedia, come se quel mobile a quattro gambe fosse un aggeggio troppo complicato perché lei potesse farlo funzionare. Avevano ordinato dei cocktail belli forti, e ognuno cercava di impressionare gli altri con la sua profonda conoscenza del whisky e dello scotch. Avevano mangiucchiato piattini di carne salata e formaggi locali, polpo alla griglia e hamachi, tartare di manzo e pancetta d’agnello. Erano tutti sorrisi, anche mentre lei sedeva nella penombra di quel ristorante di West Hollywood con indosso gli occhiali da sole, con le braccia incrociate sul petto. Le assicurarono che erano lì per discutere del progetto a parità di condizioni. Volevano ricominciare da zero, e andare avanti.

Erano tutte stronzate, però. Lo capiva da quei complimenti vuoti, da quelle lodi impacciate. Qualcosa sarebbe andato storto.

Dannazione, avrebbe dovuto capire cosa stava per succedere.

L’uomo con il completo nero abbondante si pulì la bocca con un tovagliolo di lino e tagliò, con entusiasmo, un altro pezzetto di filet mignon.

«Dunque» disse, con la lingua che leccava i succhi dal mento. «Volevamo solo sapere come vedi tu questo progetto. Sai, quello di cui davvero si tratta, secondo te.»

Spinse in bocca un pezzo ancora più grosso di bistecca e masticò rumorosamente.

Lo sguardo di Moore andò dall’uomo agli altri seduti ai suoi lati. Quello al centro era Gary Bryson, il responsabile dello studio. Alla sua sinistra c’era il vicepresidente dello sviluppo, Tanner Sterling, un individuo viscido e magro come un chiodo, con un paio di occhiali dalla montatura azzurra e una camicia a scacchi con i bottoni al colletto. Tanner aveva sempre un mezzo sogghigno sul viso dall’espressione stupida, come se chiunque incontrava fosse un clamoroso idiota e dunque meritasse il suo infinito disprezzo. Alla destra di Gary c’era Phillip Chance, il produttore di quel progetto e un tipo davvero a posto. Una buona disposizione, però, di rado si associa a una robusta spina dorsale. Phillip si mosse sulla sedia, a disagio, dopo avere appena toccato quel pasto poco condito e troppo costoso. Aveva una sessantina d’anni, e una pelle sottile che gli pendeva dal cranio. Sopra alcuni profondi solchi ombrosi c’erano due occhi marroni e gentili. Era evidente che non gli piaceva essere messo nel mezzo a quel modo.

«Di cosa si tratta, secondo me?» domandò Moore. Ogni parola era un punteruolo di ghiaccio.

«Se non ti dispiace» disse Gary, facendo schioccare forte le labbra.

Tanner si chinò in avanti, mentre Phillip indietreggiava sulla sedia.

Moore passò una mano sui capelli corvini, posati sulla spalla come un animale da compagnia. I lati della testa erano rasati a zero. Le lenti scure degli occhiali da sole coglievano il riflesso di una candela vicina, con la fiammella che danzava come se i suoi occhi bruciassero.