Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Era affondato dentro di lei, più di quanto pensava fosse possibile.

Sam batté le palpebre.

Moore lo stava fissando. Davanti a lui, la pupilla del suo occhio destro era un universo buio e senza stelle. Era bello. Lui stava cadendo nel vuoto, e non avrebbe voluto essere in un altro posto.

Le labbra di lei non si mossero, ma lui sentì la sua voce, o qualcosa che si avvicinava alla sua voce. Era una cosa strana, aliena. Strati su strati di parole.

«Racconta» gli disse.

I capelli di Moore scesero sul suo cranio rasato: una cascata nera come la notte. La punta di ogni ciocca era un viticcio che cercava di aderire a lui.

«Raccontami cosa ti è successo.»

I capelli scivolarono intorno al collo di Sam e lo strinsero. Lui li sentiva, avvinghiati come un serpente, proprio sotto il pomo d’Adamo. Lo tiravano sempre più vicino, e le sue labbra trovarono il buio abisso dell’orecchio di lei.

«Raccontami tutto.»

E Sam cominciò a parlare.

Quando aprì gli occhi, era solo.

Si sedette sul letto, confuso. Era ancora notte fonda, e aveva di nuovo indosso la maglietta e i pantaloni del pigiama. Infilò una mano sotto la maglietta, sulla schiena. Nessun segno. Niente sangue.

«Merda.» Fece uscire quella parola con un respiro che lo fece rabbrividire.

Era stato un sogno. Doveva essere stato un sogno.

Sam si scosse, all’improvviso, nella fredda aria notturna. Senza pensarci, tirò via il piumone dal letto e lo avvolse intorno al corpo, come un bozzolo. Per quella che gli sembrò un’eternità, rimase seduto sul letto e si concentrò soltanto sul fruscio del proprio respiro.

Quando ebbe messo a fuoco i propri sensi, Sam cominciò a sentire una voce. Era attutita – in effetti, all’inizio riusciva a distinguere soltanto il riverbero dei toni bassi – ma era senza dubbio qualcuno che parlava.

Stringendo il piumone intorno alla vita, Sam avanzò strascicando i piedi, seguendo la voce fino alla parete nord, quella che separava la sua camera da quella di Sebastian. Ci accostò l’orecchio, sentendo la ruvidezza della carta da parati contro la guancia.

Era la voce di Sebastian, bassa e regolare. Il primo pensiero di Sam fu che stesse parlando nel sonno, ma il ritmo delle sue frasi era quello di una conversazione, gruppi di parole interrotti da pause irregolari, eppure deliberate. Molte di quelle frasi si concludevano con una tonalità in salita. Erano domande. Stava facendo delle domande. Ma a chi?

Forse stava parlando al telefono. No, si sbagliava di nuovo: c’era troppo poco campo in quella casa per una conversazione al cellulare. Un telefono fisso, allora? Forse ne aveva uno in camera e usava quella linea per chiamare casa. Ma nemmeno questo era corretto. La casa era rimasta vuota per anni. Era impossibile che i telefoni funzionassero ancora.