Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

A un quarto alle undici, tuttavia, sembrava che la sua avventura a Kill Creek, almeno per quella sera, fosse finita. Doveva ammetterlo, era un po’ deluso. Malgrado la sua passione per l’horror, non credeva davvero ai fantasmi, anche se esitava a escludere a priori il soprannaturale. Aveva sperato, però, che succedesse qualcosa di grosso. Mobili che levitavano, magari. Ectoplasmi che comparivano dal nulla. Voci demoniache che gli ordinavano di andarsene. Qualunque cosa avesse visto Kate poteva forse andar bene, ma non era abbastanza. Il libro di Adudel aveva alzato l’asticella, eppure ecco qui Wainwright, a godersi un drink in cucina come una persona normale, mentre gli altri ospiti si lavavano i denti e si infilavano a letto. Era venuto in quella casa pensando che stessero attraversando la porta per l’inferno, e invece si ritrovava a gestire una specie di bed and breakfast.

Bevuto ciò che restava della vodka prese una manciata di cubetti da un secchiello nel congelatore e se ne versò un’altra. Cominciava a sentire l’effetto dell’alcol che gli annebbiava il cervello.

Imboccò lo stretto corridoio che attraversava il retro della casa come una spina dorsale. Era così stretto da mettere paura, a differenza di ogni altra parte dell’abitazione, fatta eccezione per la ripida scala che portava alla camera al piano più alto. Wainwright era rimasto sorpreso che le sorelle Finch non avessero allargato il corridoio, se non altro per fare spazio alla sedia a rotelle di Rebecca. Così come stavano le cose, la sedia sarebbe potuta passare per lo studio per raggiungere la cucina, ma voleva dire fare una bella deviazione. Se si erano date tanta pena da installare un ascensore, perché non aggiungere qualche decina di centimetri a entrambi i lati di questo soffocante corridoio?

Si domandò se Rebecca avesse invidiato le gambe sane della sorella, che in casa poteva andare dove voleva e godersi dei semplici piaceri come salire le scale o usare quel corridoio sul retro come scorciatoia.

La mente di Wainwright procedeva a ruota libera. Avanzò ancora di più nel corridoio.

Sul telefono, scorse fino alla sezione dei commenti al video dell’intervista. Ce n’erano già più di cento. La maggior parte erano di fan troppo zelanti che cercavano di attirare l’attenzione degli autori con appassionate dichiarazioni di sostegno. Qualcuno si complimentava per il tono intimo e insieme crudo con cui era stata condotta l’intervista. Sparsi in mezzo a quelle lodi, però, c’erano quei commenti a cui iniziava ad abituarsi, e che indicavano una tendenza che lo preoccupava.

“Wainwright è un pezzo di merda.”

“Quella testa di cazzo si dà un sacco di arie.”

“Quello stronzetto di Wainwright pensa di essere famoso.”

Sono solo dei troll, ricordò a se stesso. Degli sfigati che non hanno una vita, e allora cercano di farti a pezzi.

Stanno cominciando a riuscirci, però.

Odiava ammetterlo, ma era vero. A ogni commento pieno d’odio si sentiva sempre più isolato, perfino mentre il suo impero cresceva.