Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Wainwright era in cucina, a versarsi una vodka con ghiaccio. Bevve un sorso mentre controllava l’app di WrightWire sul telefono. Il video era sulla home page, per chi non aveva assistito alla diretta. Guardò il conteggio delle visualizzazioni sotto la finestra del video e per poco non gli andò di traverso la vodka.

Quattro milioni. E aumentano.

«Cazzo» sussurrò. «Cazzo. Cazzo.»

Quattro milioni di visualizzazioni in meno di quattro ore. Entro domani sarebbero arrivate quasi a dieci. Era un successo enorme. Quel piccolo, stupido evento organizzato per Halloween lo stava ripagando con gli interessi.

Non si era davvero aspettato che funzionasse. All’inizio era sicuro che tutti gli avrebbero dato buca. O che la casa sarebbe stata inabitabile. Quello, in effetti, era stato il colpo di fortuna più grosso. Per essere una casa di campagna, rimasta disabitata per quasi vent’anni, era in condizioni sorprendentemente buone. La ditta di pulizie poteva prendersi un po’ del merito e, prima negli anni Settanta e poi negli Ottanta, le sorelle Finch avevano fatto la loro parte nelle ristrutturazioni, ma non dipendeva certo solo dai loro sforzi. No, la persona a cui doveva andare la maggior parte del merito era Joshua Goodman, l’uomo che aveva costruito la casa. Ovviamente doveva sapere cosa stava facendo. A prima vista, la casa era modesta, ma in maniera ingannevole. Più si esaminavano i dettagli, come le modanature intorno ai soffitti delle stanze o la robusta pesantezza di ogni porta, come se le avessero ricavate dal cuore di un albero gigantesco, tutto si andava a sommare in una casa che aveva resistito alla prova del tempo.

Wainwright non aveva mai costruito niente del genere.

Certo, aveva la sua carriera, e sempre più successo. Malgrado un panorama ogni giorno più affollato, sul web, aveva trasformato dei contributi di genere e assai poco convenzionali in una specie di forma d’arte. Era iniziato tutto con il denaro che gli aveva dato suo padre, però; Donald Wainwright, l’editore dei tabloid spazzatura che intasavano le casse dei supermercati da costa a costa. Il successo di Wainwright non era mai stato veramente suo. In fin dei conti, era solo un ragazzino con un fondo fiduciario che usava i soldi di papà per conoscere i suoi eroi.

E sfruttarli.

Sì. Questo, purtroppo, ormai faceva parte della formula. Se voleva sperare di tenere a galla WrightWire, doveva continuare a fare baccano, per quanto significasse bruciarsi qualche ponte alle spalle.