Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Le sorelle Finch» disse Sebastian, sottovoce. «Sì. Sì, ecco che c’è quaggiù. Ci hanno visto scendere le scale. Ci hanno seguito mentre attraversavamo il seminterrato. Sono rimaste al di fuori del cono di luce, così non potevamo vederle. Però ci stanno guardando.» Piegò la testa in modo curioso. «Aspettate. Lo vedete?»
«Che cosa?» domandò Moore.
«Là.» Sebastian indicò nel buio. «Le vedo. Una di loro è su una sedia a rotelle…»
«Rebecca» intervenne Wainwright.
«E in piedi accanto a lei c’è la sorella…»
«Rachel.»
«Esatto. Ci fissano.» Si chinò verso il bordo del cono di luce. Il suo viso rischiava di sconfinare nel buio. «Sanno che possiamo vederle. Oh… oh, ora si spostano. Si avvicinano. Riuscite a sentirlo? Il cigolio della sedia a rotelle. La ruota sinistra fa quel rumore quando gira, e si avvicina sempre di più…»
Moore ascoltò. Sentiva solo il ronzio del generatore e il proprio respiro, lento.
Ovvio, perché non c’è altro.
Inspirò dal naso e fece una smorfia. C’era l’odore del seminterrato, di umido e di muffa, ma sotto c’era qualcos’altro. La puzza di qualcosa in decomposizione.
Un animale morto. Il povero bastardo è caduto nel seminterrato e non è più riuscito a uscire.
L’odore però sembrava più forte, come se qualunque cosa lo producesse si stesse anche avvicinando.
Moore, adesso, credette di sentire il secco cigolio di una ruota che si fermava di colpo.
«Sono appena fuori dal cono di luce» sussurrò Sebastian. Allungò una mano, con il palmo in alto, verso Moore. «Dammi la mano.»
«Perché?»
«Dammela e basta.»
Moore si accigliò. Il cuore le batteva forte. Sperò che lui non si accorgesse che aveva i palmi sudati. «Non farti strane idee, vecchio. Solo perché sono quaggiù al buio con te non vuol dire che rimedi qualcosa.»
«Oh, tesoro, da quel punto di vista non hai nulla di cui preoccuparti» sussurrò, assicurandosi che Wainwright non potesse sentirlo.
In mano a Moore la videocamera si inclinò leggermente, dimenticata per un attimo, mentre lei si rendeva conto di cosa voleva intendere Sebastian. «Io… non sapevo…»
«L’hai detto tu stessa, Moore. Io appartengo a un’altra epoca. E in quell’epoca, era meglio tenere segrete certe questioni personali. Il fatto di essere abbastanza pudico mi ha aiutato.»
«È…» poi Moore si trattenne. Aveva iniziato a parlare prima di rendersi conto di cosa stesse per dire, e lasciava di rado che succedesse.
Sebastian la guardò. «È cosa, cara?»
Dillo e basta, pensò lei. Inutile cercare di fare la furba.
«Triste» gli disse.
Sebastian annuì, pensoso. «Sì, in un certo senso, credo che lo sia. Ma non ero completamente solo. Ho avuto un unico grande amore.»
La voce di Moore era insolitamente gentile. «Voi due siete ancora…»
Sebastian scosse la testa. «Lui è morto, quasi quattro anni fa. Cancro. Era il mio editor, in effetti. Si chiamava Richard.»
Moore sentì il rumore di qualcuno che svitava un tappo. L’odore pungente di benzina le irritò le narici. Guardò in basso.