Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Moore rabbrividì, un po’ per il freddo, un po’ per il pensiero di passare del tempo in quella casa senza energia elettrica. Aggiustò la luce della videocamera, prima che gli uomini si accorgessero del suo disagio. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era che pensassero che la casa stava facendo effetto su di lei.
La sfera di luce illuminò il generatore, e un paio di metri di stanza da entrambi i lati. Altrove, era tutto nero come la pece. In alto sulla parete Moore notò una presa d’aria a cui era fissato lo scarico del generatore, e alcuni tubi di metallo che spuntavano dal muro come radici di acciaio. Alcune crepe irregolari spaccavano il pavimento coperto di polvere, facendolo assomigliare a una lastra di ghiaccio galleggiante in procinto di rompersi.
Un pensiero semicosciente attraversò la mente di Moore come una pugnalata: Sotto di noi non c’è niente. Se il pavimento cedesse e noi andassimo giù, affonderemmo per sempre. Per sempre, e sempre…
«Tutto bene, cara?» le domandò Sebastian.
Di norma, se qualcuno l’avesse chiamata “cara”, Moore gli avrebbe staccato la testa, ma detto da Sebastian le fu di conforto. Le parole del vecchio non erano paternalistiche. Era davvero preoccupato.
Moore ignorò la domanda.
«Dunque» iniziò Wainwright, mentre si inginocchiava per ispezionare il generatore. Le ombre sembravano avvolgerlo, attirandolo dentro. La sua voce profonda rimbombò ancora più forte sulle dure superfici del seminterrato. Sembrò che arrivasse da ogni parte allo stesso tempo. «Eccoci qui. Due generazioni di scrittori horror. Nel seminterrato di una casa infestata.» Annuì, rivolto al buio impenetrabile. «Che cosa pensi che ci sia, là?»
«Cosa intendi dire?» domandò Sebastian.
«Voglio dire, quando si accenderanno le luci, secondo te cosa vedremo?»
Moore strinse le palpebre, cercando di guardare al di là della sfera di luce che li proteggeva, ma non riuscì a distinguere niente. Il seminterrato era vuoto.
«Perché non ce lo dici tu, cosa vedremo?» chiese a Wainwright, per nulla divertita. «Sei tu l’esperto di questo posto.»
«Andiamo. Voi siete scrittori. Accidenti, Moore, mi hanno pure detto che eri brava.»
Questa storia non mi piace, pensò Moore, ma l’accenno di paura che provava servì solo a farla arrabbiare.
«Per piacere? Per un fan?» domandò Wainwright.
Sebastian sospirò. «Be’… immagino che, qualunque cosa sia, adesso è lì, nel buio, no? Doveva esserci già quando siamo arrivati. E adesso ci sta guardando.»
Indicò il buio pesto. Sembrava allungarsi all’infinito.
«Dovrebbe avere un qualche rapporto con la casa. Goodman, forse?» Si rivolse a Moore.
Lei all’inizio era riluttante. Poi scosse la testa, e disse con un sussurro: «No. È troppo tragico. Deve essere qualcosa di più crudele, più contorto».
«Giusto» commentò Wainwright. Era eccitato.
Moore e Sebastian scrutarono nell’abisso. Lei cercò di immaginare quali forme potevano nascondersi dietro a quel sipario scuro.