Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Sam fece un sorriso tirato. «Giusto. Quando qualcosa di cattivo viene nascosto sotto il tappeto, non se ne va. Fermenta. Nella narrativa horror, non si può dire “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Quella cosa tornerà, e si impadronirà della tua vita. Ecco la radice di ogni paura: la perdita del controllo. Non essere capaci di arrestare il male.»

«Come Joshua Goodman che guarda la donna che ama mentre viene assassinata proprio in questa casa.»

«Sì.»

«O il tuo matrimonio che va in pezzi.»

Con quelle parole, fu come se Wainwright avesse schiaffeggiato Sam.

«Prego?»

«Al momento sei separato da tua moglie, giusto?»

Nel camino, il legno fece un forte schiocco mentre le fiamme si alzavano ancora di più.

«Non capisco come questo sia rilevante…»

«È qualcosa che stai cercando di convogliare nel prossimo romanzo? Perché starai lavorando a qualcosa di nuovo.»

L’immagine dell’aula, a Lawrence, svanì dalla mente di Sam. Non stava parlando ai suoi studenti. Era qui, nella casa sul Kill Creek, ed era Wainwright ad avere il controllo.

«Certo che sto lavorando a qualcosa di nuovo.»

«Lo chiedo solo perché, e per favore non mi fraintendere, dopo il primo romanzo i tuoi libri sono diventati meno… personali. Sembra che tu abbia accettato la tua condizione di autore di bestseller. Ti limiti al mainstream, con la giusta misura di storia e personaggi per soddisfare un lettore attento, e splatter quanto basta a vendere qualche tascabile.»

«E con questo cosa vorresti dire?» Sam sapeva che sembrava irritato. Non gliene importava.

La giacca di pelle nera di Wainwright scricchiolò mentre alzava le spalle e metteva le mani avanti. «Tu mi sembri una brava persona del Midwest, ben inserita. Sto soltanto seguendo l’istinto, ma sembra quasi che tu voglia che la gente ti veda così. Una brava persona che scrive narrativa di genere facile da digerire. Ma ci dovrà essere un motivo per cui scrivi quello che scrivi.»

Sam provò a deglutire e scoprì che non ci riusciva. Qualcosa gli chiudeva la gola. Qualcosa che sapeva di fumo.

«Tua madre morì nell’incendio della vostra casa, giusto? Quando eri piccolo?»

Sam sentì il fumo che gli invadeva i polmoni, e li riempiva. Gli altri lo stavano fissando. Non volle guardarli in faccia, per non vedere la compassione, e la fame di pettegolezzi.

Non lasciarlo entrare.

«Non mi piace parlare di questo argomento» disse.

Wainwright agitò la mano per aria come la bacchetta di un direttore d’orchestra. «Tu però hai conosciuto il dolore. Hai conosciuto la tragedia. Hai detto che l’orrore è la perdita del controllo. Non riesco a immaginare qualcuno che si senta meno in controllo di un ragazzino che guarda la sua casa bruciare con la madre dentro. È da lì che vengono le tue storie?»

Non lasciarlo entrare.

«No.»

«No? Non cerchi per niente di attingere a quel dolore? A quella sofferenza?»

Non. Lasciarlo. Entrare.

«No.»

«Allora è per questo che i tuoi libri sono diventati sempre più superficiali?»

Sam rivolse a Wainwright uno sguardo incredulo.