Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Felice Halloween, e benvenuti alla casa sul Kill Creek. Siete su WrightWire.com, e sto per dividere con tutti voi un dolcetto di Halloween maledettamente squisito. In questa casa, infatti, uno dei luoghi infestati più famosi del mondo, ho riunito quattro dei nostri più grandi scrittori horror viventi: Sam McGarver, Daniel Slaughter, T.C. Moore, e il leggendario Sebastian Cole.»
Sam, imbarazzato, annuì verso la telecamera che aveva davanti, come fecero gli altri. Era inquietante, quella lucetta rossa che ardeva nel buio, per fargli sapere che la sua immagine veniva trasmessa a milioni di spettatori in tutto il mondo. Eccolo lì, in una vecchia e buia fattoria da qualche parte in mezzo alle campagne del Kansas, sul punto di impegnarsi in una disinvolta conversazione con quattro nuove conoscenze, e con gli occasionali silenzi rotti solo dal rumore del ghiaccio che tintinnava nei bicchieri e dallo scoppiettare del fuoco. Se c’erano davvero dei fantasmi, nella casa delle sorelle Finch, dovevano essere rimasti impressionati dalle meraviglie della tecnologia moderna.
Prendendo un attizzatoio da un supporto in ferro battuto accanto al camino, Wainwright si chinò in avanti sulla sedia e diede qualche colpetto ai ciocchi che bruciavano, facendo salire sempre più in alto le fiamme. Se non fosse stato per il fuoco, il gruppo si sarebbe seduto quasi completamente al buio.
«Siete tutti persone e scrittori incredibilmente diversi, ma avete una cosa in comune.» Si rivolse a quella scheggia d’uomo che era Sebastian. Metà del volto di Wainwright ricadeva nell’ombra. «Signor Cole, prima lei: tra tutti i generi possibili, perché proprio l’horror?»
A Sebastian servì un attimo per riflettere sulla domanda. Poi, con voce calma e sicura di sé, iniziò: «Lo scopo della parola scritta è sempre stato quello di spiegare all’uomo quelle cose che sembrano incomprensibili. Noi scriviamo per comprendere il mondo, ma anche, ed è ancora più importante, per comprendere il nostro posto nel mondo. All’inizio, non pensavo alla narrativa fantastica; semplicemente, avevo compreso la dicotomia del mondo. Il bene non può esistere senza il male. E nemmeno la luce senza l’oscurità. Dunque, è successo che la prima volta che mi sono seduto davanti alla mia vecchia Remington n. 5, la mia prima macchina da scrivere, il buio mi ha interessato di più. Non l’ho fatto apposta.
«Un’ombra troppo lunga inizia con un’immagine semplice: un ragazzo che passeggia da solo su un campo, nel New England. Trova quello che sembra il teschio di una mucca, ma esaminandolo più da vicino scopre che il teschio ha delle caratteristiche strane: ossa che sporgono là dove non dovrebbero, denti fatti per mordere più che per ruminare.»
«Ma» interruppe Wainwright, agitando un dito per aria, «il libro non diventa più esplicito di così. È una classica storia di fantasmi a sfondo psicologico, non un racconto di creature carnivore e scatenate.»