Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Daniel guardò l’ingresso buio all’intercapedine e poi il fratello maggiore, non volendo piagnucolare come un bambino, e sperando che Peter gli leggesse la paura negli occhi e si offrisse di andare al suo posto.
Peter, invece, rimase in silenzio mentre Kenny lo sfotteva a voce sempre più alta. Prima di accorgersi di cosa stava succedendo, Daniel si ritrovò ad avanzare a quattro zampe lungo la linea d’ombra che segnava il confine tra la sicurezza della luce solare e l’ingresso di quel mondo sotterraneo, il regno dell’intercapedine.
Là sotto era umido. Il terreno, all’esterno, era cotto dal sole, ma nell’intercapedine la terra era ancora umida per le piogge recenti. Daniel la sentiva che gli inzuppava i jeans all’altezza delle ginocchia. Sapeva che sua madre non sarebbe stata contenta di trovare quei pantaloni così sporchi nel cesto dei panni, nella lavanderia. L’odore di umidità lasciato dall’acqua stagnante gli riempiva il naso, insieme a quello, forte, di muffa e di terra. Daniel trattenne il respiro finché non comparvero dei punti neri al limite del suo campo visivo; soltanto allora prese in fretta un’altra disperata boccata d’aria. Si graffiò la schiena contro il fondo della casa e fece una smorfia, sicuro che avrebbe trovato una macchia di sangue sulla camicia. Pensò di nuovo a sua madre, a come avrebbe perso le staffe quando avesse visto come aveva ridotto i suoi abiti.
E poi eccola lì, una sfera bianca che splendeva come una perla nel ventre molle di un’ostrica. Ancora pochi metri e la palla da baseball sarebbe tornata nelle sue mani.
I puntini neri, però, non volevano andarsene. Daniel respirò più a fondo, fino a sentire il sapore di anni di sedimenti, di polvere, terra e foglie decomposte, ma quelli continuavano ad avvicinarsi. Era certo che sarebbe svenuto. Stranamente, però, non si sentiva per nulla intontito.
Uno dei puntini scivolò verso il basso su un filo di seta non più spesso di un capello, girandosi per mostrare la rossa clessidra che aveva sul ventre, come la macchia di sangue che Daniel era sicuro di avere sulla schiena. I puntini neri non erano i segni che era sul punto di perdere conoscenza. Erano vivi. Ed erano dappertutto.
Il terrore trafisse il suo corpo panciuto con un milione di aculei di ghiaccio. In un attimo pieno di paura, Daniel seppe per certo che ognuno di quei ragni velenosi aveva deciso di morderlo nel medesimo istante. Senza pensarci allungò la mano e raccolse la palla da baseball, piagnucolando impotente mentre cercava di voltarsi. L’intercapedine era troppo angusta. Per quanto si contorcesse, non riusciva a spostarsi fino a mettersi in linea con l’apertura, quel segnale luminoso dolorosamente lontano che indicava la fine del suo inferno.