Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Se non fosse stato per le dimensioni della struttura, Sam avrebbe pensato che non era niente di speciale, una fattoria in stile folk vittoriano, perlopiù di forma squadrata con una veranda che le girava intorno dalla porta fino al centro del muro meridionale. Alcune strette finestre decoravano la facciata, con il telaio scheggiato sui lati dove, pensò Sam, le assi che le proteggevano erano state rimosse per rendere il posto più invitante. Non era una brutta casa; al contrario, quella architettura così semplice e l’ambiente rurale avrebbero dovuto renderla un piccolo cottage molto caratteristico. Solo che non era piccola. Era enorme, così grossa infatti che richiamava alla mente la parola mostruosità. Con i suoi tre piani, la casa sarà stata almeno cinquecento metri quadrati, forse di più. Almeno un migliaio di metri quadrati erano stati disboscati per fare spazio alle fondamenta e al giardino. Era rimasto un solo albero, un antico faggio pieno di nodi e alto più di dieci metri, che cresceva proprio a destra dei gradini che conducevano alla porta. I solchi del tronco contorto ricordavano un braccio privo della carne, con i muscoli esposti, e i rami morti da tempo puntavano verso l’alto come artigli con l’artrite.

«In nome di Dio, chi ha costruito questa… cosa?» domandò Sebastian, rompendo il silenzio.

Wainwright teneva stretta in mano come una Bibbia la sua copia del libro di Adudel. «Un colono, un certo Joshua Goodman, la costruì negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Con le sue mani. Piantò ogni chiodo, alzò ogni muro.»

«Come è possibile?» domandò Sam. Gli sembrava che nessuno, non importa quanto fosse determinato, avrebbe potuto tirar su un edificio simile tutto da solo. Perché era questo che era, non tanto una casa quanto un edificio. La sua stessa esistenza sembrava impossibile, senza un aiuto soprannaturale.

«Dubito che qualcuno abbia avuto la possibilità di chiederglielo; Goodman fu assassinato nel 1863, la stessa notte in cui Quantrill e i suoi uomini incendiarono Lawrence.»

Daniel fece qualche passo pesante, senza mai perdere di vista la casa. «Non morì solo Goodman» spiegò. La sua voce non era distante. Era salda, autorevole, molto simile a quella di Sam quando faceva lezione. «La stessa notte fu uccisa anche una schiava liberata, che si chiamava Alma Reed.» Daniel accennò a quel terribile albero sul davanti della casa. «Appesero il suo corpo a uno di quei rami.»

Sebastian e Moore erano l’uno accanto all’altra e fissavano il faggio dai rami contorti. I due non avrebbero potuto essere più diversi: un voluminoso cappotto di lana era drappeggiato sul corpo fragile e alto di Sebastian; jeans neri stretti e una maglietta a maniche lunghe ancora più stretta e allacciata sul davanti aderivano a quello di Moore, trattenendo a stento i suoi seni. Insieme rappresentavano il riluttante crocevia tra Eleganza e Ribellione.

Vicino, al limite dell’erba alta, Kate immortalava il momento, la macchina stretta tra le mani mentre controllava l’inquadratura su uno schermo LCD.