Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Moore aprì la bocca per rispondere, ma qualunque fossero le parole che intendeva dire scivolarono nell’aria in silenzio. Guardarono l’erba alta incresparsi, senza essere spinta dal vento, ma facendo da sola avanti e indietro come le onde dell’oceano. Dalla casa fino alla riva del torrente il cortile era vivo, un animale verde e ondulato.

«Sali in macchina!» ordinò Sam, spalancando lo sportello posteriore con uno strattone perché Moore potesse salire.

Aveva appena cominciato a girarsi verso la portiera del guidatore quando una forza incredibile lo colpì da dietro come un ariete. Sam finì per terra. Scivolò fino a fermarsi sull’erba resa sdrucciolevole dalla pioggia. Senza fiato, tentò di far funzionare i polmoni. Cercò di tirarsi su, battendo le palpebre mentre la pioggia gli schizzava sul volto, fissando dal basso con gli occhi acquosi l’immagine confusa di Daniel, con il sangue che gli colava di lato dalla testa. Guardò Sam con due occhi bianchi, stralunati, lattiginosi.

«No» riuscì a dire Sam. «Sì» sussurrò l’altro, con la smorfia che si allargava in un sorriso così ampio da sembrare impossibile. La sua voce erano le mille voci della casa, che viaggiavano attraverso il tempo, lo spazio e l’eternità per bisbigliare, suadenti, all’orecchio di Sam: «Sì».

Sentì la scorza spinosa di un rampicante che gli si avvolgeva intorno alla gamba. Arrivò fino al ginocchio e strinse, per mordergli la pelle attraverso la stoffa dei pantaloni con i suoi minuscoli peli acuminati.

Con uno strattone, il rampicante cominciò a ritirarsi a velocità sorprendente, trascinando Sam sul terreno, lontano da Daniel. Gli steli affilati dell’erba alta si aggrappavano con entusiasmo ai suoi abiti, mentre passava.

Si fermò sotto al faggio. Il suo tronco deforme sembrava allungarsi fino a toccare le nuvole basse. Dalla cima dell’albero, un altro rampicante scese serpeggiando, così in fretta che gli occhi di Sam a stento riuscirono a seguirlo. Non ebbe il tempo di opporsi, solo quello di sentirne la superficie esterna coperta di aghi che gli si avvolgeva spietata intorno al collo, e tirava verso l’alto, in aria, sollevandolo da dove era sdraiato sulla schiena. Si mise a scalciare, impotente, sferzando l’aria con i piedi. Si aggrappò al rampicante, facendosi brutti graffi rossi sul collo mentre cercava disperatamente di infilarci sotto le dita. Più lottava, più il rampicante stringeva, finché la sua gola non si contrasse fino a ridursi a una fessura, attraverso la quale passava solo il più esile dei respiri.

L’albero delle impiccagioni, pensò, e i suoi occhi scattarono alla finestra della stanza all’ultimo piano. Là, incorniciati dai bordi irregolari del vetro rotto, illuminati dalla luce furibonda delle fiamme sottostanti, c’erano i volti terribili di Rebecca e Rachel Finch. Erano la tremenda immagine speculare l’una dell’altra, due paia di occhi bianchi che fissavano da una carne ancora più bianca, i volti di due morte, compiaciute del destino di Sam perfino mentre la loro adorata casa bruciava tutto intorno.