Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Allungò il collo per guardare. In fondo all’intercapedine sembrava esserci una specie di griglia.

Un’altra grata.

Sam scalciò più forte che poteva con il piede buono, colpendo la madre morta proprio al volto. Lei lasciò la presa, solo per un attimo, ma abbastanza a lungo perché lui riuscisse a sgattaiolare via. Voltandosi negli angusti confini dell’intercapedine cominciò a dare calci frenetici alla grata. Quella fece un forte rumore metallico, e si piegò verso l’interno di qualche centimetro. Lui scalciò ancora e ancora, e ogni volta scostava un po’ di più la grata dalla cornice di cemento.

«Torna qui, piccolo pezzo di merda!» strillò sua madre.

Le sue dita gli si aggrapparono agli abiti, piantandogli le unghie affilate nella pelle, lasciando lunghi squarci insanguinati mentre lei cercava di riguadagnare la presa.

Con un grugnito, Sam assestò un ultimo forte calcio alla grata, e gli saltò il cuore in gola quando la sentì cedere, e sentì il piede che passava oltre e finiva all’esterno. Aspettò di sentire il rumore della grata che atterrava sul pavimento, ma sentì invece un debole tonfo nell’acqua.

Agganciando il piede buono alla cornice, Sam si trascinò verso la fine dell’intercapedine. La sua caviglia spezzata grattò contro il cemento ruvido. Un lampo bianco gli attraversò il corpo. Soffocò un grido, costringendo il dolore a lasciare la sua mente. La cosa che sembrava sua madre dovette percepire la sua fuga, perché si sforzò ancora di più di agguantarlo, prendendogli la carne con le mani avide, tirando, strattonando, sforzandosi di fare presa.

Sam però lottò più forte, riuscendo a uscire a metà dall’apertura per afferrare i lati della cornice con entrambe le mani. Fece scivolare fuori il corpo, lasciandosi trasportare dal peso, uscendo dall’intercapedine e finendo in quello che poteva solo immaginare fosse il seminterrato.

L’acqua lo avvolse, nera e assoluta. Andò a sbattere con il coccige sul pavimento di cemento e si rese conto che l’acqua era profonda circa un metro, quanto bastava per attutire la caduta. Sentiva ancora l’urlo di sua madre, appena percepibile sotto il rumore della pioggia, ma lei non si avvicinò.

Trascinandosi dietro la gamba ferita, Sam un po’ camminò e un po’ nuotò nel seminterrato allagato. Era ridotto un disastro, con i muscoli che si lamentavano mentre si costringeva ad andare avanti, con un pulsare sordo e continuo alla caviglia che sembrava estendersi fino alle ossa, e tutto il corpo che gli faceva male. Respirava a stento, a corto di fiato, e a ogni rantolo un po’ di quell’acqua stagnante gli entrava in bocca. Aveva un sapore acre, come di latte andato a male. Non poteva pensare a quali cose indescrivibili si nascondessero proprio sotto la superficie.

La porta in cima alle scale era socchiusa, e un raggio di luce pallida illuminava la stanza quanto bastava per trovare la strada. Tutto intorno a lui, l’acqua colava dalle pareti e filtrava attraverso le crepe.