Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
La risposta di Sam fu piatta e senza emozione. «Non voglio correre rischi. Voglio tirare giù quel muro più in fretta possibile.»
Sebastian fece un lieve cenno di assenso e distolse lo sguardo, stranamente intimidito.
Sam non si fida di lui, pensò Moore.
Passarono alla corsia successiva, verso il davanti del negozio. Moore si avvicinò a Sam, con la mano sul lato del carrello.
«Che speriamo di trovare dietro al muro, Sam?» gli chiese.
«La camera di Rebecca» rispose, un po’ troppo in fretta. «Qualcosa che possa aiutarci a capire cosa sta succedendo.»
Mentre passavano Moore guardò gli altri clienti, gente che viveva la propria vita, ignara del tormento che soffrivano lei e gli altri.
«Ho pensato a cosa potrebbe esserci nella stanza» disse lei, sottovoce. «Il fantasma di Rebecca Finch. O di Joshua Goodman. O le cose che ha mandato a ciascuno di noi.» Il pensiero la fece rabbrividire.
Sam buttò fuori il fiato, lentamente. «O forse è qualcos’altro, qualcosa che non è mai stato vivo» suggerì.
O forse è solo una stanza, pensò Moore, e noi siamo tutti fuori di testa.
Arrivarono in fondo alla corsia. Davanti c’era una sola cassa, la fila di clienti era lunga e si muoveva lentamente.
Moore si chinò più vicino a Sam, perché le sue parole fossero solo per lui. «Se buttiamo giù quel muro e lo spirito di una delle sorelle Finch possiede uno di voi, non esiterò a prendere la mazza e trasformargli la testa in un pudding di cervello.» Sogghignò, diabolica. «Sono troppo cattiva a sperare che tocchi a Wainwright?»
Un sorriso scalfì l’espressione seria di Sam.
Bene, pensò Moore. È quasi come se tutto fosse tornato normale.
Il sorriso svanì, in fretta come era comparso.
Lei guardò Sam che spingeva il carrello fino in cima alla fila, seguito in silenzio da Sebastian. Daniel, con le mani in tasca, si trascinava dietro di loro. Tra quegli uomini non c’era nessun calore, nessun cameratismo. Solo tristezza e sospetto.
Wainwright si accostò a Moore.
«Credi che funzionerà?» chiese, e la voce un tempo tonante era adesso sottile e debole.
«Funzionerà» rispose Moore, brusca.
Deve funzionare, si disse. Prenderemo quel muro a mazzate finché non crolla. E qualunque cosa ci mandi contro la casa…
Che farete? le domandò la sua mente.
L’affronteremo. Improvviseremo.
Anche mentre la pensava, odiava il suono di quella parola: improvviseremo. Lasciava intendere un improvviso cambiamento di piano, un tentativo disperato di riprendere il controllo. Significava che le cose potevano andare storte, e che avrebbero menato colpi alla cieca.
Le ruote del carrello facevano un gran baccano, mentre Sam lo spingeva verso il SUV preso a noleggio e parcheggiato accanto al marciapiede. Wainwright premette un pulsante sul portachiavi, e la coda dell’auto si alzò dolcemente, scoprendo i loro bagagli preparati in fretta e giusto lo spazio sufficiente per gli attrezzi.