Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Gli sembrava vero. Mentre sfrecciava come un razzo a ottocento chilometri all’ora, a tredicimila metri da terra, non sentiva l’attrazione della casa. Era una macchiolina in mezzo a tante altre, molto più in basso.
Alla fine dovremo atterrare, però. Non possiamo restare quassù per sempre.
Cercò di allontanare il più possibile da sé quel momento.
Nessuno si era accorto di loro quando avevano lasciato la scena dell’incidente, a Brooklyn. Il traffico era già bloccato per diversi isolati in entrambe le direzioni. I clacson suonavano con un ritmo aspro e irregolare. La strada era piena di gente, qualcuno consolava l’autista dell’autobus, dal viso come di cenere, altri formavano un cerchio intorno al corpo straziato di Adudel. I passeggeri guardavano dai finestrini posteriori, come una parete di occhi sgranati e bocche aperte. Da lontano arrivò il lamento delle sirene.
Fu Moore a dire che dovevano andarsene.
All’inizio Sebastian si rifiutò. «Dobbiamo restare» insistette. «Dev’esserci qualcosa che possiamo fare! Qualcosa…»
Le sirene erano sempre più vicine. Wainwright e Daniel stavano già salendo in macchina. Sam posò una mano sul braccio di Sebastian e disse: «Dobbiamo andare».
Wainwright prese la prima traversa a destra. Sam si guardò indietro e vide i lampeggianti di un’auto della polizia in arrivo, poi Wainwright svoltò rapidamente a sinistra, e quella scena terribile sparì alla loro vista.
Per dieci minuti procedettero in silenzio. Wainwright sembrava guidare senza alcun criterio che non fosse la voglia di lasciarsi alle spalle ciò che era successo. Perfino lui sembrò sorpreso quando, chissà come, ritrovarono la strada fino al suo appartamento. Avrebbero passato lì la notte, cercando di dormire un po’.
Avrebbero parlato la mattina dopo. Avevano bisogno di un piano.
Noleggiare un jet privato dal LaGuardia al Kansas City International costava più di ventimila dollari, ma nessuno di loro avrebbe tollerato l’idea di viaggiare su un aereo di linea schiacciati dal peso della loro situazione. Wainwright si appoggiava a una compagnia di charter, soprattutto per i viaggi internazionali, e per fortuna riuscirono ad accontentarlo anche all’ultimo momento.
Per Sam era la prima volta su un jet privato. Si era sempre immaginato che un’esperienza così stravagante l’avrebbe intimorito, e invece adesso era seduto su una comoda poltrona in pelle, guardava dal finestrino il mondo sottostante, e l’intera situazione gli dava la nausea.
Guardò Sebastian, sulla poltrona opposta. Il vecchio fissava davanti a sé, ma non con quello sguardo vuoto che gli aveva visto negli occhi a ottobre. Sebastian aveva la fronte solcata da rughe, mentre guardava lo spazio aperto innanzi a lui. Non stava andando alla deriva in una nebbia tutta mentale; era solo perduto nei suoi pensieri profondi.
«Sebastian?» lo chiamò Sam.
«Sì, Sam?» Sebastian cercò di tirare fuori un sorriso amichevole.