Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Stavano progettando la prossima mossa quando Sam ricevette una telefonata sul cellulare.

«È morta.»

Era una voce familiare. Sam cercò di identificarla.

«Chi è morta?» domandò, confuso. «Chi parla?»

«Sono Justin.»

Quel nome per lui non significava niente.

Chi chiamava dovette capirlo, perché subito aggiunse: «Wainwright. Sono Wainwright».

Justin Wainwright.

Era curioso pensare che quello strano giovane avesse anche un nome di battesimo.

Quando telefonò erano quasi le otto del mattino. Loro tre erano rimasti alla tavola calda, aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, a parlare e a bere caffè fino all’alba. Dopo la telefonata mattutina all’agente di Sebastian, Sam e Moore avevano riaccompagnato Daniel a casa, perché potesse fare i bagagli. Per fortuna sua moglie era in chiesa, e questo gli permise di fare in fretta senza doverla affrontare.

Quando il cellulare squillò, Sam uscì dalla porta sul retro su una piattaforma di cemento semicircolare che serviva da patio per la famiglia Slaughter. Da un lato c’era un barbecue d’acciaio a cinque bruciatori, e dall’altro c’erano un divanetto di vimini e due poltroncine da esterno.

«Chi è morta?» chiese di nuovo Sam.

Attento. È Wainwright. Non sai cosa abbia in mente.

Wainwright si schiarì la gola. «Kate. Sai, la mia… la mia…»

So di chi stai parlando, stronzo. Ma… Morta? Kate è morta?

Sam non sentiva più le gambe. Si lasciò scivolare su una delle poltroncine, con gli occhi che scattavano di qua e di là senza concentrarsi su niente. «Come?» riuscì finalmente a tirare fuori.

«Si è uccisa.» Wainwright praticamente lo gridò. Si schiarì di nuovo la gola, cercando di tenere sotto controllo le proprie emozioni. «Si è tagliata i polsi, Sam. No, tagliata non è la parola giusta. Si è massacrata. Si è fatta a pezzi il braccio, cazzo. Venerdì scorso. Il suo padrone di casa l’ha trovata sdraiata per terra nel suo appartamento. Oh mio Dio. Perché ha dovuto farlo?»

Perché tutti mi fanno domande, come se sapessi che cazzo sta succedendo? si domandò Sam.

Alla fine Wainwright confessò a Sam che negli ultimi mesi Kate era cambiata. Era sempre più paranoica, e all’inizio sosteneva che qualcuno facesse cose strane con le sue riprese. Aveva cominciato ad arrivare tardi agli appuntamenti, e poi a non farsi vedere affatto.

Allo stesso tempo, il loro rapporto personale ne aveva sofferto. Lei non lo richiamava al telefono. Aveva smesso di andare a passare la notte da lui. Da principio aveva pensato che lo stesse scaricando, che si fosse stancata di lui. Kate però era sempre stata così gentile e comprensiva. Aveva visto al di là dei suoi soldi e della sua patetica volontà di mostrare il proprio valore al mondo. Lo aveva davvero apprezzato per quello che era.

«Sono molte le persone a cui non piaccio, Sam» confessò.

Ma non mi dire, pensò Sam.

Alla fine Wainwright non aveva avuto altra scelta che lasciare in pace Kate, sia personalmente sia professionalmente.