Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

A quel commento, Moore si tese. «Io la metterei in un altro modo: o lo capiscono o non lo capiscono. La gente odia ciò che non capisce.»

«Stai forse dicendo che chiunque affermi che non gli piacciono i tuoi libri non è abbastanza intelligente da capirli, tutto qui?»

«Sì» rispose Moore, senza esitazione. «È esattamente ciò che sto dicendo.»

Daniel sbuffò e scosse la testa. Moore riuscì a resistere e a non abboccare all’amo, ma lo guardò storto.

«Dunque» continuò Wainwright, «come reagisci alla posizione di Sebastian sull’horror?»

«Di norma io non reagisco. Io agisco. Lo stile di Sebastian è elegante. Particolare. Immagino che potremmo dire che, tra tutti noi, quello che scrive lui è la cosa che più si avvicina alla vera letteratura. Con tutto il rispetto, però, i giorni dorati dei personaggi come Beaver Cleaver, del furgoncino dei gelati e di frasi come: “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa” sono passati. Li hanno stuprati, torturati e lasciati per morti. In questi giorni l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è… tutto. Gli stranieri. I vicini. Gli amici. La famiglia. Voi stessi. Credete che nel mio lavoro non ci sia niente di sottile? Be’, date un’occhiata al mondo in cui tutti noi – a parte forse Sebastian – viviamo. Volete vedere le vittime dei genocidi che si decompongono nelle fosse comuni? Accendete il notiziario. Volete vedere una ragazza che fa un pompino a una zebra? Andate su Internet. Volete che una dominatrice vestita di pelle nera venga a pisciarvi in faccia mentre vi fate una sega con un paio di mutandine che avete rubato alla lavanderia a gettoni? Be’, bastano una telefonata o un messaggio. La sottigliezza è morta.»

«Bontà divina» disse Daniel sottovoce.

Stavolta, Moore si voltò verso di lui. Era scatenata, con il sangue che pompava, e digrignava i denti.

«È troppo per te, signor Slaughter? Bene. Benvenuto nel mondo reale.»

Si chinò in avanti per guardare direttamente nella sua telecamera, e parlare a quell’invisibile pubblico fantasma che, le avevano garantito, si trovava dall’altra parte. «L’orrore non si aggira più nella notte. L’orrore nasconde i corpi delle puttane morte nell’intercapedine sotto casa sua e poi si fa dodici ore di turno per occuparsi di vostra madre malata. L’orrore sta seduto nel suo cubicolo e fantastica di succhiare gli alluci alla cheerleader del liceo che progetta di strangolare dopo il lavoro. L’orrore sta sveglio la notte e sogna in quanti modi può fare del male a voi e alla vostra famiglia e ai vostri animali e a tutto ciò che avete di più caro. L’orrore è la perversione.»

«E perché celebrare una cosa del genere?» domandò Daniel.

Wainwright si appoggiò alla sedia, con i capelli folti che gli cadevano sugli occhi. Poggiò sulle ginocchia l’attizzatoio del camino, stringendo l’impugnatura come se potesse assestare un colpo in qualunque momento.

Sam lo guardò nervosamente, e anche il suo corpo si tese.