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Era un pomeriggio di caldo rovente. La vecchia mendicante all’angolo si era addormentata sui meloni. Il sole sembrava friggere nell’aria. Tenendosi sul lato in ombra della strada, Flush trotterellò, seguendo i sentieri ben noti, fino al mercato. Tutta la piazza risplendeva con i suoi tendoni e le bancarelle e gli ombrelloni colorati. Le donne del mercato sedevano accanto ai cesti di frutta; i piccioni svolazzavano, risuonavano campane e schioccavano fruste. I cani bastardi variopinti di Firenze scorrazzavano entrando e uscendo, fiutando e dando zampate. Tutto era operoso come un alveare, e caldo come un forno. Flush cercò l’ombra. Si buttò per terra vicino alla sua amica Caterina, all’ombra della sua grande cesta. Un vasetto marrone con dei fiori rossi e gialli gettava un’ombra accanto alla cesta. Sopra di loro una statua, che tendeva il braccio destro, scuriva quell’ombra colorandola di viola. Flush rimase lì disteso al fresco, guardando i cani giovani presi nei loro affari. Ringhiavano, si mordevano, si allungavano e si rotolavano, in un totale abbandono alla gioia della giovinezza. Si rincorrevano entrando e uscendo, girando e girando tutt’intorno, come una volta aveva fatto lui inseguendo la cucciola di spaniel pezzata nel vicolo. I suoi pensieri tornarono a Reading – alla spaniel di Mr Partridge, al suo primo amore, ai momenti d’estasi e di innocenza della gioventù. Be’, aveva avuto il suo tempo. Non invidiava i giovani perché avevano il loro. Il mondo gli era sembrato un posto piacevole in cui vivere. Non aveva rivendicazioni da fare, ormai. La donna del mercato gli grattò l’orecchio. Gli aveva spesso dato uno scappellotto per aver rubato un acino d’uva, o per qualche altro piccolo misfatto; ma ora lui era vecchio; e lei era vecchia. Lui faceva la guardia ai meloni e lei gli grattava l’orecchio. Lei sferruzzava e lui sonnecchiava. Le mosche ronzavano attorno al grande melone rosa, che era stato aperto per metterne in mostra la polpa.
Il sole ardeva piacevolmente tra le foglie di giglio, attraverso l’ombrello verde e bianco. La statua di marmo temperava quel calore dandogli la freschezza di uno champagne. Flush sdraiato lasciava che il calore gli attraversasse il pelo fino alla pelle nuda. E quando si fu ben rosolato da un fianco, si girò e lasciò che il sole gli rosolasse l’altro. Intanto la gente del mercato chiacchierava, contrattava; passavano le donne; si fermavano e tastavano la verdura e la frutta. C’era quel perpetuo brusio e mormorio di voci umane che Flush amava ascoltare. Dopo un po’ si appisolò all’ombra dei gigli. Dormì come dormono i cani quando sognano. Ora gli fremevano le zampe – sognava di dare la caccia alle lepri in Spagna? Le inseguiva su per il fianco riarso di una collina con gli uomini scuri che gridavano “Span! Span!” mentre i conigli uscivano in corsa dal sottobosco? Poi tornò immobile. E guaì, velocemente, sommessamente, molte volte in successione. Forse sentiva il dottor Mitford che spronava i levrieri alla caccia a Reading. Poi la coda s’ammosciò lenta, mesta. Aveva sentito forse la vecchia Miss Mitford gridare “Cane cattivo! Cane cattivo!” mentre lui le si riavvicinava strisciando, e lei lo aspettava tra le rape sventolando l’ombrello? E poi rimase per un po’ a russare, avvolto nel sonno profondo della vecchiaia felice. All’improvviso ogni muscolo del suo corpo si contrasse. Si svegliò con un violento soprassalto. Dove credeva di essere? A Whitechapel tra i delinquenti? Aveva di nuovo un coltello puntato alla gola?