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Infine, con ogni nervo del corpo che pulsava e tutti i sensi in estasi, raggiunse Regent’s Park. E quando vide ancora una volta, dopo anni di assenza – o così gli sembrò – erba, fiori e alberi, l’antico grido di caccia dei campi gli risuonò nelle orecchie, e si lanciò in avanti per correre, come aveva sempre corso nei campi a casa. Ma ora un gran peso lo strattonò per la gola, e lo fece ricadere sulle zampe posteriori. Non c’erano forse alberi ed erba?, chiese. Non erano, questi, segnali di libertà? Non s’era sempre slanciato in avanti non appena Miss Mitford iniziava la passeggiata? Perché qui invece era prigioniero? Si fermò. Qui, osservò, i fiori formavano una massa molto più fitta che a casa; e se ne stavano rigidi, pianta dopo pianta, in stretti appezzamenti di terreno. Le aiuole erano intersecate da sentieri duri e scuri. Uomini col cappello a cilindro lucido marciavano su e giù per i sentieri con aria vagamente minacciosa. Alla loro vista, Flush si strinse con un sussulto alla carrozzina. Accettò di buon grado la protezione della catena. Così, senza dover ripetere molte altre passeggiate simili, gli entrò nel cervello un’idea nuova. Collegando una cosa all’altra, arrivò a una conclusione. Dove ci sono aiuole di fiori, lì ci sono sentieri asfaltati; dove ci sono aiuole di fiori e sentieri asfaltati, ci sono anche uomini dai lucidi cappelli a cilindro; dove ci sono aiuole di fiori e sentieri asfaltati e uomini dai lucidi cappelli a cilindro, i cani si devono portare al guinzaglio. Senza saper decifrare una sola parola del cartello all’ingresso, aveva imparato la lezione – a Regent’s Park i cani devono avere il guinzaglio.
E a questo nucleo di conoscenze, sviluppatosi a partire dalle bizzarre esperienze dell’estate del 1842, se ne aggiunse ben presto un altro: i cani non sono tutti uguali, sono differenti. A Three Mile Cross, Flush si era mescolato senza distinzioni coi cani da osteria così come coi levrieri del signorotto di campagna; non aveva conosciuto la differenza tra il cane dello stagnino ambulante e se stesso. Anzi, era molto probabile che la madre del suo figliolo, definita spaniel per amor di cortesia, fosse nient’altro che una bastardina, con le orecchie in un modo e la coda in un altro. Invece i cani di Londra, scoprì presto Flush, si dividevano in classi rigidamente separate. Alcuni sono incatenati; altri vagabondano liberi. Alcuni vanno fuori in carrozza, e bevono da ciotole color porpora; altri hanno il pelo arruffato e non hanno collare, e si procurano di che vivere nelle fogne. Tra i cani, iniziò a sospettare Flush, ci sono differenze; alcuni sono grandi, altri umili; e i suoi sospetti furono confermati da brandelli di conversazione scambiata en passant con i cani di Wimpole Street. “Vedi quel mascalzone? Un vero bastardo!... Perdiana, quello sì che è un bello spaniel. Una razza tra le migliori di Gran Bretagna!... Peccato non abbia qualche boccolo in più sulle orecchie... Quello sì che è un ciuffo!”
Da frasi simili, e dal tono di elogio o derisione con il quale venivano pronunciate, vicino alla cassetta della posta o fuori dal pub dove i lacchè si scambiavano dritte sulle corse, Flush capì prima che finisse l’estate che non c’è uguaglianza di sorta fra cani: ci sono cani d’alto rango, e cani di bassa lega. E lui, allora, cos’era? Non appena arrivò a casa, Flush si esaminò attentamente allo specchio. Sia lode al cielo: lui era un cane di razza e di rango! Aveva la testa liscia; gli occhi prominenti, ma non proprio sporgenti; le zampe erano frangiate di pelo; non aveva nulla da invidiare al miglior cocker di razza di Wimpole Street. Notava con approvazione la ciotola color porpora dalla quale beveva – questi sono i privilegi riservati al rango; abbassava quieto la testa per farsi agganciare il guinzaglio al collare – questi i suoi fardelli. Quando, più o meno a questo punto, Miss Barrett lo vide osservarsi allo specchio, si sbagliò. Era un filosofo, pensò, che meditava sulla differenza tra apparenza e realtà. Al contrario, era un aristocratico che soppesava le proprie qualità.