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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Col passare delle settimane, l’ossessione della signora Browning per l’invisibile cresceva. Magari era una bella giornata, calda, e lei invece di guardare le lucertole che guizzavano avanti e indietro fra i sassi, stava seduta al tavolo; o una notte buia, piena di stelle, e invece di leggere un libro, o di far correre la mano sulla carta, chiamava Wilson, se il signor Browning era fuori, e Wilson veniva sbadigliando. Si sedevano insieme al tavolo finché quel mobile, la cui funzione principale era quella di fare ombra a lui, dava calci sul pavimento, e la signora Browning esclamava che stava comunicando a Wilson che presto si sarebbe ammalata. Wilson rispose che aveva solo sonno. Ma presto anche Wilson, l’implacabile, l’irreprensibile, la britannica Wilson, urlò e cadde svenuta, e la signora Browning correva di qua e di là in cerca di “aceto e sali”. Quello, per Flush, era un modo assai spiacevole di passare una serata tranquilla. Molto meglio stare seduti a leggere un libro.

Indubbiamente la suspense, l’odore intangibile ma sgradevole, i calci e le urla e l’aceto ebbero un brutto effetto sui nervi di Flush. Poteva anche andare bene che il bambino, Penini, pregasse “possa ricrescere il pelo di Flush”; quella era un’aspirazione che Flush poteva capire. Ma questa forma di preghiera che richiedeva la presenza di uomini maleodoranti e squallidi d’aspetto, così come le bizzarrie di un pezzo di mogano apparentemente piuttosto solido, lo irritavano quanto irritavano quell’uomo robusto, assennato, ben vestito, il suo padrone. Ma molto peggio di qualunque odore per Flush, molto peggio di qualunque bizzarria, era l’espressione sul volto della signora Browning quando fissava lo sguardo fuori dalla finestra come se vedesse qualcosa di straordinario quando non c’era nulla. Flush si piazzò davanti a lei. Lei lo attraversava con lo sguardo, come se non ci fosse. Quello era lo sguardo più crudele che gli avesse mai rivolto. Era peggio della fredda collera di quando aveva morso il signor Browning a una gamba; peggio della risata beffarda di quando lo sportello si era chiuso sulla sua zampa. C’erano momenti, davvero, in cui rimpiangeva Wimpole Street e i suoi tavolini. I tavolini al numero 50 non s’erano mai inclinati su una gamba sola. Il tavolino con l’anello intorno che aveva custodito i preziosi ornamenti di Miss Barrett era stato sempre perfettamente immobile. In quei giorni lontani doveva solo saltare sul sofà perché Miss Barrett si svegliasse e lo guardasse. Ora, di nuovo, saltò sul sofà. Ma lei non si accorse di lui. Stava scrivendo. Non gli prestava attenzione. Continuò a scrivere – “inoltre, a richiesta del medium, le mani spirituali presero dal tavolo una ghirlanda che vi era poggiata, e me la misero sulla testa. La mano che in particolare lo fece, aveva le dimensioni di una grande mano umana, era bianca come la neve, e molto bella. Mi stava alla stessa distanza della mano con cui scrivo, e l’ho vista con la stessa chiarezza”. Flush le diede una zampata decisa. Lei l’attraversò con lo sguardo come se fosse stato invisibile. Lui scappò dal sofà e corse giù in strada.