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Contents (5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Sorvolando su tali teorie, e molte altre sulle quali non c’è qui bisogno di soffermarsi, giungiamo nel Galles, a metà del decimo secolo. Lo spaniel è già lì a quell’epoca, portato, dicono, dal clan spagnolo di Ebhor o Ivor molti secoli prima; e certamente nella metà del decimo secolo è anche già considerato un cane di valore e reputazione altissimi. “Lo spaniel del re vale una sterlina,” stabilì Howel Dha nel suo Libro delle Leggi. E se ci ricordiamo cosa si poteva acquistare con una sterlina nell’Anno Domini 948 – quante mogli, quanti schiavi, cavalli, buoi, tacchini e quante oche – appare chiaro che lo spaniel era già allora un cane di valore e reputazione. Già aveva il suo posto al fianco del re. La sua famiglia era tenuta nella massima considerazione prima ancora di quelle di molti famosi monarchi. Se la spassava nei palazzi quando i Plantageneti e i Tudor e gli Stuart ancora seguivano l’aratro altrui, nell’altrui fango. Molto prima che gli Howard, i Cavendish o i Russell si elevassero al di sopra della marmaglia degli Smith, dei Jones o dei Tomkins, la famiglia Spaniel era illustre, un mondo a parte. E man mano che si susseguivano i secoli, rami minori si staccarono dal tronco comune. A poco a poco, mentre la storia inglese seguiva il suo corso, sorsero almeno sette famose famiglie di Spaniel – i Clumber, i Sussex, i Norfolk, i Black Field, i Cocker, gli Irish Water e gli English Water, tutti derivanti dallo spaniel originario dell’epoca preistorica, ma con caratteristiche distinte, e dunque, chiaramente, tutti rivendicando privilegi distinti. Che esistesse un’aristocrazia canina già ai tempi del trono della regina Elisabetta, ce lo testimonia Sir Philip Sidney: “Tra levrieri, spaniel e cani da caccia,” osserva, “i primi si potrebbero definire i lord, i secondi gentiluomini, e gli ultimi la fanteria dei cani,” scrive nell’Arcadia.

Ma se siamo così portati a presumere che gli Spaniel abbiano seguito l’esempio degli umani, guardando con ammirazione ai levrieri come loro superiori, e considerando i cani da caccia come inferiori, dobbiamo pur ammettere che la loro aristocrazia si fonda su ragioni ben migliori delle nostre. A questa conclusione, per lo meno, deve arrivare chiunque studi le leggi del Club degli Spaniel. Quell’augusta istituzione ha infatti stabilito con chiarezza quali siano i vizi, e quali le virtù di uno spaniel. Gli occhi chiari, ad esempio, non sono desiderabili; le orecchie arricciate peggio ancora; nascere con un naso chiaro o il ciuffo è senza meno fatale. Altrettanto ben definiti sono i meriti dello spaniel. La testa dev’essere liscia, e non deve sporgere troppo rispetto al muso; il cranio dev’essere relativamente arrotondato e ben sviluppato, nonché abbastanza spazioso da consentire una certa potenza cerebrale; gli occhi devono essere grandi, ma non troppo in rilievo; la fisionomia in generale dev’essere di intelligenza e gentilezza. Lo spaniel che vanta tali caratteristiche viene scelto affinché si riproduca; mentre lo spaniel che insiste nel perpetuare ciuffi e nasi chiari viene escluso dai privilegi e dalle ricompense spettanti alla sua specie. È così che i giudici dettano legge, e dettando legge impongono penalità e privilegi che garantiscono l’obbedienza alla medesima legge.