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“Mr Carlyle!” sentì esclamare la signora Browning; al che – la traversata, bisogna ricordarlo, era difficile – Flush fu colto da una nausea violenta. Arrivarono correndo dei marinai con secchi e spazzoloni. “...e l’hanno cacciato deliberatamente dal ponte, povero cane,” disse la signora Browning. Poiché il ponte della nave era ancora inglese; ai cani non è consentito dare di stomaco sui ponti. E fu questo il suo ultimo saluto alle sponde della terra natia.


Flush stava invecchiando. Il viaggio in Inghilterra, con tutti i ricordi che aveva ravvivato, lo aveva indubbiamente stancato.
Si notò che al suo ritorno cercava l’ombra
piuttosto che il sole, anche se l’ombra di Firenze era più calda del sole di Wimpole Street. Disteso sotto una statua, accucciato sotto il bordo di una fontana per intercettare le poche gocce che gli spruzzavano il pelo di tanto in tanto, giaceva per ore, sonnecchiando. I cani giovani gli andavano intorno. Raccontava loro le sue storie di Whitechapel e di Wimpole Street; descriveva l’odore del trifoglio e l’odore di Oxford Street; ripeteva i suoi ricordi di una rivoluzione dopo l’altra – di come i granduchi se n’erano andati e venuti; ma la spanielina pezzata in fondo al vicolo sulla sinistra – lei vivrà per sempre, diceva. Poi il violento signor Landor passava di corsa agitandogli il pugno, fingendo d’essere infuriato; la dolce Miss Isa Blagden invece si fermava e tirava fuori dalla borsetta a rete un biscottino ricoperto di zucchero. Le contadine del mercato gli facevano un letto di foglie all’ombra delle loro ceste e gli gettavano ogni tanto un grappolo d’uva. Era conosciuto, era amato da tutta Firenze – gentili e plebei, cani e uomini.
Ma si stava facendo vecchio ora, e tendeva a non sdraiarsi più neanche sotto la fontana – i ciottoli erano troppo duri per le sue vecchie ossa – bensì nella camera da letto della signora Browning, dove il blasone della famiglia Guidi in scagliola creava una zona liscia sul pavimento, o in salotto all’ombra del tavolo. Un giorno, poco dopo il suo ritorno da Londra, era lì sdraiato, sonoramente addormentato. Il sonno profondo e senza sogni della vecchiaia pesava su di lui. In realtà ora il sonno era ancora più profondo del solito, poiché mentre dormiva l’oscurità sembrò addensarsi sempre più intorno a lui. Se sognava, sognava di dormire nel cuore di una foresta primordiale, lontano dalla luce del sole, lontano dalle voci dell’umanità, anche se di tanto in tanto mentre dormiva sognava di sentire il cinguettio assonnato di un uccellino sognante, oppure, quando il vento scuoteva i rami, la risatina pacata di una scimmia meditabonda.
Poi all’improvviso i rami si scostarono – irruppe la luce – qui, lì, in raggi abbaglianti. Le scimmie chiacchieravano; gli uccellini si alzarono in volo con versi allarmanti. Tutt’intorno a lui c’era un fracasso incredibile. Si era addormentato tra le gambe nude di un normale tavolo da salotto. Ora era accerchiato da gonne fluttuanti e pantaloni fruscianti. Il tavolo stesso, oltretutto, oscillava violentemente da un lato all’altro. Che diamine stava succedendo? Che gli era preso al tavolo del salotto, in nome del cielo? Alzò la voce in un prolungato latrato dal tono interrogativo.