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Le case andavano da destra a sinistra lungo viali dritti a mattoni regolari. Il selciato era duro e freddo sotto le zampe. E lì, uscendo da un portone di mogano con un battente d’ottone, ecco una signora magnificamente agghindata in fluide vesti di velluto viola. Una ghirlanda leggera costellata di fiori le adornava i capelli. Raccogliendo i suoi drappeggi intorno a sé, gettò uno sguardo sdegnoso in strada mentre un lacchè, piegato in due, le abbassava il predellino del landò. Tutta Welbeck Street – era infatti proprio Welbeck Street – era avvolta in uno splendore di luce rossa – una luce non chiara e feroce come quella italiana, ma fulva, e torbida per la polvere sollevata da milioni di ruote, dallo scalpitio di milioni di zoccoli. La stagione londinese era al suo apice. Una coltre di suoni, una nuvola di brusii intrecciati poggiava sulla città, confluendo in un unico rimbombo. Passò un maestoso levriero portato al guinzaglio da un domestico. Un poliziotto dal passo ritmato e baldanzoso puntò la sua lanterna a occhio di bue prima da una parte e poi dall’altra. Odori di stufato, odori di arrosto, odori di cottura in umido, odori di cavolo e manzo salivano da mille cucine. Un valletto in livrea inserì una lettera in una buca.
Sopraffatto dalla magnificenza della metropoli, Flush esitò con la zampa sulla soglia. Anche Wilson si fermò. Come appariva insignificante, adesso, la civiltà dell’Italia, con le sue corti e le sue rivoluzioni, i suoi granduchi e le sue guardie del corpo! Lei ringraziò Dio, mentre passava il poliziotto, di non aver sposato il signor Righi, alla fine. E poi una figura sinistra sbucò fuori dal pub all’angolo. Un uomo lanciò uno sguardo malevolo. Con un salto Flush si precipitò in casa.
Per qualche settimana fu tenuto al confino nel salotto di una pensione di Welbeck Street. L’isolamento infatti era ancora necessario. Era arrivato il colera, ed è vero che il colera aveva in parte migliorato le condizioni nelle Corvare; ma non abbastanza, perché i cani ancora venivano rubati e i cani di Wimpole
Street si dovevano ancora portare al guinzaglio. Naturalmente Flush frequentava la società. Incontrava cani alla cassetta della posta e fuori dal pub; e loro gli diedero il bentornato con la buona educazione che contraddistingueva la loro razza. Come un pari d’Inghilterra che ha vissuto tutta la vita in Oriente e ha contratto alcune abitudini dei nativi – corre voce che è addirittura diventato musulmano e ha avuto un figlio da una lavandaia cinese – trova, quando riprende il suo posto a corte, che i vecchi amici sono pronti a ignorare tali aberrazioni e lo invitano a Chatsworth, pur senza menzionare la moglie e dando per scontato che si unirà alla famiglia all’ora della preghiera – così i pointer e i setter di Wimpole Street accolsero Flush nuovamente tra loro e sorvolarono sulle condizioni del suo pelo. Ma spirava una certa aria morbosa, malata, sembrava ora a Flush, tra i cani di Londra. Era risaputo che Nerone, il cane della signora Carlyle, si era gettato da una finestra ai piani alti con l’intenzione di suicidarsi. Non tollerava lo stress della vita a Cheyne Row, si diceva. Flush poteva capirlo benissimo, adesso che era di nuovo in Welbeck Street. La ristrettezza di spazi, la moltitudine di piccoli oggetti, gli scarafaggi di notte, i mosconi di giorno, l’odore persistente di montone, la perpetua presenza di sole banane sul mobile della dispensa – tutto questo, assieme alla prossimità di vari uomini e donne, vestiti pesantemente e non spesso, o addirittura non del tutto, lavati, gli abbatteva l’umore e gli stressava i nervi. Giaceva per ore sotto lo chiffonnier della pensione. Il portone d’ingresso era sempre chiuso a chiave. Doveva aspettare che qualcuno lo portasse al guinzaglio.