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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Da molti anni ormai a Flush era stato insegnato a considerarsi un aristocratico. La legge della ciotola color porpora e del collare s’era ben radicata nel profondo della sua anima. Non sorprende che si sentisse spiazzato. Non si potrà certo rimproverare a un Howard o a un Cavendish, gettato tra orde di selvaggi e capanne di fango, se ogni tanto si ricorda di Chatsworth e ripensa con nostalgia ai tappeti rossi e alle logge ricoperte di corone nobiliari, mentre il sole al tramonto infiamma le vetrate istoriate. C’era in Flush, bisogna ammetterlo, un che di snob; Miss Mitford l’aveva notato molti anni prima; e quel sentimento, smorzato a Londra, dov’era tra pari, se non superiori, riemergeva ora che si sentiva unico. Divenne arrogante e impudente. “Flush si è trasformato in un monarca assoluto, e abbaia fino a sfinirci quando vuole che gli si apra la porta,” scriveva la signora Browning. “Robert,” continuò, “giura che il suddetto Flush considera lui, mio marito, come un essere creato allo speciale scopo di servirlo, e a essere sinceri pare proprio così.”

“Robert”, “mio marito” – se Flush era cambiato, anche Miss Barrett lo era. Non era solo il fatto che ora si riferisse a se stessa come a Mrs Browning; che esibisse l’anello d’oro al dito, sfolgorante al sole; era cambiata quanto era cambiato Flush. Flush la sentiva dire “Robert”, “mio marito”, cinquanta volte al giorno, sempre con una punta d’orgoglio che gli faceva drizzare il pelo sul collo e sobbalzare il cuore in petto. Ma non era cambiato solo il suo linguaggio. Era una persona completamente diversa. Ora, per esempio, invece di sorseggiare un dito di porto lamentandosi del mal di testa, mandava giù un calice di Chianti e dormiva della grossa. Sul tavolo da pranzo faceva mostra di sé un ramo fiorito di arance invece di un unico, nudo frutto giallo e acerbo. Poi, invece di farsi portare a Regent’s Park in landò, si infilava i grossi stivali e si arrampicava fra le rocce. Invece di starsene seduti in una carrozza che sobbalzava per Oxford Street, insieme si lanciavano in un barroccio sgangherato che sferragliava fino alle sponde di un lago, e lì contemplavano le montagne; e quando era stanca non chiamava un’altra carrozza; si sedeva su un sasso e guardava le lucertole. Godeva del sole; godeva del freddo. Gettava sul fuoco ciocchi di pino della foresta del Duca se gelava. Sedevano insieme davanti alla fiamma scoppiettante e ne inspiravano la fragranza, intensa e aromatica. Non si stancava mai di lodare l’Italia a spese dell’Inghilterra. “...ai nostri poveri inglesi,” esclamava, “manca l’educazione alla gioia. Dovrebbero raffinarsi non al fuoco, ma alla luce del sole.” Qui in Italia c’erano la libertà e la vita e la gioia che nascono dal sole. Non si vedevano mai uomini che si azzuffavano, né li si sentiva bestemmiare; gli italiani non si vedevano mai ubriachi; – le tornarono davanti agli occhi “le facce di quegli uomini” di Shoreditch. Paragonava costantemente Pisa a Londra, dicendo quanto preferiva Pisa. Per le strade di Pisa le belle donne potevano camminare da sole; le gran dame si svuotavano da sé i vasi da notte per poi presentarsi a corte “risplendenti di gloria innegabile”. Pisa, con tutte le sue campane, i suoi cagnolini bastardi, i suoi pontili, le sue pinete, era infinitamente preferibile a Wimpole Street, ai suoi portoni di mogano e alle sue spalle di montone. Così ogni giorno Mrs Browning, mandando giù il Chianti e cogliendo un’altra arancia dal ramo, magnificava l’Italia e compiangeva la povera Inghilterra, tediosa, umida, senza sole, senza gioia, costosa e convenzionale com’era.