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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Poi altro sferragliare, e altri cigolii. E infine Flush fu posato di nuovo su un pavimento stabile; il buio svanì; apparve la luce; si ritrovò vivo, sveglio, sbigottito, in piedi sulle mattonelle rossicce di una grande stanza spoglia inondata di sole. Corse di qua e di là odorando e toccando. Non c’erano né il tappeto né il caminetto. Non c’erano sofà, poltrone, librerie o busti. Odori pungenti e sconosciuti gli solleticavano le narici e lo facevano starnutire. La luce, infinitamente limpida e chiara, lo abbagliava. Non era mai stato in una stanza – se era veramente una stanza – così netta, così luminosa, così grande, così vuota. Miss Barrett seduta su una sedia, vicina a un tavolo, al centro della stanza sembrava più piccola che mai. Poi Wilson lo portò fuori. Si trovò quasi accecato, prima dal sole, poi dall’ombra. Metà della strada bruciava; nell’altra metà c’era un freddo tremendo. Le donne passavano avvolte in pellicce, ma si facevano ombra sulla testa coi parasole. E la strada era riarsa come il deserto. Anche se era già metà novembre non c’era fango né una pozzanghera per bagnarsi le zampe o inzaccherarsi il pelo. Non c’erano scale di servizio né cancellate. Non c’era nulla di quella inebriante confusione di odori che lo distraeva tanto durante le passeggiate in Wimpole Street o Oxford Street.

D’altro canto, gli strani odori nuovi che risalivano dagli aguzzi angoli di pietra, dai muri asciutti color giallo, erano incredibilmente pungenti e bizzarri. Poi, da una tenda nera oscillante venne un odore di una dolcezza sorprendente, che si spandeva come in una nuvola. Flush si fermò, con le zampe alzate, per assaporarlo; fece per seguirlo; si spinse dentro sotto la tenda. Di sfuggita occhieggiò una sala rimbombante, colma di luce, molto alta e vuota, ma arrivò Wilson che con un’esclamazione di terrore gli diede prontamente uno strattone e lo tirò via. Ripresero la strada. Il rumore era assordante. Sembrava che stessero urlando tutti nello stesso momento. Invece del mormorio solido e soporifero di Londra si sentiva sbatacchiare e gridare, tintinnare e strillare, si sentivano schiocchi di fruste e scampanellii. Flush saltava e correva di qua e di là, e così faceva anche Wilson. Furono costretti a scendere e risalire sul marciapiede almeno venti volte, per evitare un carretto, un bue, una truppa di soldati, un gregge di capre. Si sentiva giovane, arzillo, come mai negli ultimi anni. Abbagliato, ma euforico, crollò sulle mattonelle rossicce e dormì più saporitamente di quanto avesse mai fatto sui cuscini della camera sul retro in Wimpole Street.

Ma Flush si accorse presto delle profonde differenze tra Pisa – era a Pisa che si erano ora stabiliti – e Londra. I cani erano diversi. A Londra non poteva trotterellare fino alla cassetta della posta senza incontrare un carlino, un retriever, un bulldog, un mastino, un pastore scozzese, un terranova, un sanbernardo, un fox terrier o una delle sette illustri famiglie della tribù degli Spaniel. A ciascuno dava un nome diverso, a ciascuno una diversa razza. Ma qui a Pisa, pur se i cani abbondavano, non c’erano razze; tutti – possibile? – erano bastardi. A quanto vedeva, erano semplicemente cani – cani grigi, cani gialli, cani striati, a macchie. Era impossibile individuare fra loro un solo spaniel, scozzese, retriever o mastino. Dunque il Kennel Club non aveva competenza giurisdizionale in Italia? Il Club degli Spaniel era sconosciuto? Non c’era una legge che condannasse a morte il ciuffo, che regolamentasse le orecchie arricciate, che tutelasse le zampe ricoperte di frange, esigendo inesorabilmente che la fronte fosse arrotondata, non appuntita? Evidentemente no. Flush si sentiva un principe in esilio. Era l’unico aristocratico in una congrega di canaglie. Era l’unico cocker spaniel purosangue in tutta Pisa.