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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Mentre i giorni passavano e il ricordo di Whitechapel sbiadiva, Flush, disteso vicino a Miss Barrett sul sofà, riusciva a leggere i sentimenti di lei più chiaramente che mai. Erano stati divisi; ora erano insieme. In realtà non erano mai stati più affiatati. Ogni sussulto di lei, ogni movimento che lei faceva, passava anche attraverso di lui. E ora sembrava che Miss Barrett fosse in perpetuo movimento. Sobbalzò perfino alla consegna di un pacchetto.

Aprì il pacchetto; con dita tremanti estrasse un paio di grossi stivali. Li nascose immediatamente in un angolo dell’armadio. Poi si sdraiò di nuovo come se nulla fosse accaduto; invece era accaduto qualcosa. Quando furono soli si alzò e prese da un cassetto una collana di diamanti. Tirò fuori la scatola che conteneva le lettere del signor Browning. Sistemò gli stivali, la collana e le lettere tutti insieme in un baule e poi – come avesse sentito dei passi sulle scale – spinse il baule sotto il letto e si distese di nuovo in fretta, ricoprendosi con lo scialle. Simili indizi di segretezza e furtività non potevano che preannunciare, così sembrava a Flush, una crisi imminente. Stavano per fuggire insieme? Stavano per evadere insieme da questo mondo tremendo di ladri di cani e tiranni? Oh, se solo fosse stato possibile! Tremava e guaiva per l’eccitazione; ma a voce bassa Miss Barrett gli intimò di stare buono, e lui si chetò all’istante. Anche lei stette in silenzio. E non appena entrava uno dei suoi fratelli o delle sue sorelle, eccola lì, perfettamente immobile, sul sofà; distesa come sempre, parlava con il signor Barrett, come sempre aveva fatto.

Ma sabato 12 settembre Miss Barrett fece qualcosa che Flush non le aveva mai visto fare. Si vestì come per uscire subito dopo colazione. Per di più, guardandola mentre si vestiva, Flush capì perfettamente dall’espressione del suo volto che lui non avrebbe dovuto accompagnarla. Aveva da sbrigare una faccenda segreta, tutta sua. Alle dieci Wilson entrò nella stanza. Anche lei era vestita come per uscire a passeggio. Andarono via insieme; e Flush rimase sdraiato sul sofà ad aspettare il loro ritorno. Un’oretta più tardi Miss Barrett rientrò da sola. Non lo guardò – non sembrava notare nulla. Si tolse i guanti e lui vide brillare per un istante un anello d’oro su una delle dita della sua mano sinistra. Poi la vide sfilarsi l’anello per nasconderlo nel buio di un cassetto. Dopo di che si allungò di nuovo, come al solito, sul sofà. Lui rimase steso al suo fianco, e osava a stento respirare, poiché qualunque cosa fosse successa – e qualcosa era successo – doveva a tutti i costi restare segreta.

A tutti i costi la vita nella camera da letto doveva continuare come al solito. E però tutto era diverso. Il semplice movimento della tendina che veniva aperta o chiusa sembrava a Flush una sorta di segnale. E al passaggio delle luci e delle ombre sui busti, anche loro sembravano lanciare segnali e ammiccare. Ogni cosa nella stanza pareva consapevole del cambiamento; come pronta per qualche evento speciale. Eppure tutto era tranquillo; tutto era nascosto. I fratelli e le sorelle entravano e uscivano come al solito; il signor Barrett veniva come al solito alla sera. Controllava come al solito che la costoletta fosse stata finita, e il vino bevuto. Miss Barrett parlava e rideva e non dava in alcun modo a vedere, quando c’era qualcuno nella stanza, che stava nascondendo qualcosa. Però quando restavano soli tirava fuori il baule da sotto il letto e lo riempiva in fretta, furtivamente, tendendo l’orecchio. E i segni della tensione erano inequivocabili. La domenica suonarono le campane della chiesa. “Che campane sono queste?” chiese qualcuno. “Le campane di Marylebone,” disse Miss Henrietta. Miss Barrett, Flush lo vide benissimo, diventò pallida come la morte. Ma nessun altro notò nulla.