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Sabato fu il quinto giorno di prigionia per Flush. Quasi esausto, quasi disperato, ansimava nell’angolo buio del pavimento affollato. Le porte sbattevano e si chiudevano di colpo.
Rozze voci gridavano. Le donne strillavano. I pappagalli chiacchieravano come avevano chiacchierato con le vedove di Maida Vale, ma ora c’erano solo vecchie megere che rispondevano con insulti. Gli insetti gli si annidavano nel pelo, ma lui era troppo debole, troppo indifferente a tutto per scrollarseli di dosso. Tutta la vita passata di Flush, le sue molte scene – Reading, la serra, Miss Mitford, Mr Kenyon, le librerie, i busti, i contadini sulla tenda – erano svanite come fiocchi di neve disciolti in un calderone. Se si aggrappava ancora a una speranza, era a qualcosa senza nome, senza forma; il volto senza lineamenti di qualcuno che ancora chiamava “Miss Barrett”. Lei esisteva ancora; il resto del mondo non c’era più; ma lei esisteva, pur se si aprivano tra loro abissi tali da renderle quasi impossibile l’impresa di raggiungerlo. Iniziava di nuovo a calare il buio, un buio che sembrava quasi capace di schiacciare la sua ultima speranza – Miss Barrett.
Effettivamente, le forze di Wimpole Street ancora combattevano, anche in questo momento, per tenere lontani Flush e Miss Barrett. Il sabato pomeriggio lei rimase distesa ad aspettare l’arrivo di Taylor, come aveva promesso la donna immensamente grassa. Alla fine arrivò, ma non aveva portato il cane. Inviò un messaggio – se Miss Barrett gli avesse pagato sei ghinee all’istante, lui sarebbe andato dritto a Whitechapel per prendere il cane, “parola d’onore”. Quanto valesse la parola d’onore dell’“arcinemico” Taylor, Miss Barrett non sapeva dirlo; ma “non sembrava esserci altro modo”; era in gioco la vita di Flush; contò le ghinee e le inviò al piano di sotto, da Taylor, che aspettava all’ingresso.
Ma sfortuna volle che, mentre Taylor aspettava all’ingresso tra ombrelli, incisioni, tappeti e altri oggetti di valore, entrasse Alfred Barrett. La vista dell’arcinemico nella sua casa gli fece perdere le staffe. Ebbe un attacco d’ira. Gli diede del “truffatore, bugiardo, ladro”. Per tutta risposta, gli imprecò contro anche Taylor. Quel che era peggio, giurò “sulla salvezza dell’anima sua, che non avremmo mai più rivisto il nostro cane”, e si precipitò fuori dalla casa. La mattina dopo, dunque, sarebbe arrivato il pacchetto insanguinato.
Miss Barrett si rimise di nuovo in fretta i vestiti e corse di sotto. Dov’era Wilson? Chiamasse subito una carrozza. Sarebbe tornata a Shoreditch immediatamente. La famiglia accorse per fermarla. Stava facendo buio. Era già esausta. L’avventura sarebbe stata rischiosa anche per un uomo in salute. Per lei era pura follia. Così le dicevano. I fratelli, le sorelle, tutti l’accerchiarono minacciandola, dissuadendola, “gridandomi contro che ero ‘completamente pazza’, ostinata e cocciuta – mi sono presa tanti insulti quanti il signor Taylor”. Ma tenne il punto. Alla fine si resero conto della misura della sua follia. Qualunque fosse il rischio dovevano cedere. Septimus promise che se Ba fosse tornata in camera sua “e fosse stata tranquilla” sarebbe andato lui stesso da Taylor e avrebbe pagato il denaro e riportato indietro il cane.