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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Qui, mentre filtrava dalla finestra una luce polverosa, una donna si alzò pesantemente da un sacco e barcollò verso l’uscita in cerca di birra. Ripresero a bere e a imprecare. Una donna grassa lo tirò per le orecchie e gli pizzicò le costole, qualcuno fece una battuta odiosa su di lui – ci fu un boato di risate, e poi lei lo gettò nuovamente a terra. A calci la porta si spalancava. Ogni volta che succedeva Flush alzava lo sguardo. Era Wilson? O magari il signor Browning? O Miss Barrett? Ma no – era solo un altro ladro, un altro assassino; si ritrasse alla vista di quelle gonne inzaccherate, di quegli stivali duri, ruvidi. Una volta tentò di rodere un osso che era stato lanciato nella sua direzione. Ma i denti non riuscivano ad azzannare quella carne di pietra e l’odore rancido lo disgustava. La sete aumentava e fu costretto a lambire un po’ di quell’acqua verde, che si era rovesciata dal secchio. Ma mentre passava quel mercoledì e lui aveva sempre più caldo e sempre più sete e si sentiva sempre più indolenzito, ogni cosa si confondeva. A stento notava quel che succedeva. Solo quando si apriva la porta alzava gli occhi e guardava. No, non era Miss Barrett.

Miss Barrett, distesa sul sofà in Wimpole Street, cominciava a sentirsi in ansia. C’era qualche intoppo nella procedura. Taylor aveva promesso che sarebbe andato giù a Whitechapel mercoledì pomeriggio per conferire con “la Società”. Ma il pomeriggio di mercoledì, la sera di mercoledì erano passati, e Taylor ancora non veniva. Questo poteva solo significare, immaginava lei, che il prezzo si sarebbe alzato – il che al momento era abbastanza problematico. Tuttavia, ovviamente, avrebbe dovuto pagare. “Io devo riavere il mio Flush, lo sapete bene,” scrisse al signor Browning. “Non posso correre rischi, trattando e tirando sul prezzo.” Così giaceva sul sofà, scrivendo al signor Browning e tendendo l’orecchio per sentire se bussavano alla porta. Ma Wilson salì con le lettere; Wilson salì con l’acqua calda. Era ora di andare a letto e Flush non era ancora tornato.

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Sorse l’alba di giovedì 4 settembre a Whitechapel. La porta si aprì e si richiuse. Il setter a pelo rosso che aveva guaito tutta la notte sul pavimento accanto a Flush fu caricato e portato via da un delinquente con una giacchetta di fustagno – verso quale destino? Era meglio venire uccisi o restare qui? Cos’era peggio – questa vita o quella morte? Il baccano, la fame e la sete, i fetori di quel posto – e pensare che una volta, ricordò Flush, aveva detestato il profumo dell’acqua di colonia – stavano rapidamente cancellando ogni nitida immagine, ogni singolo desiderio. Frammenti di antichi ricordi iniziarono a ronzargli in testa. Era la voce del vecchio dottor Mitford che gridava nei campi, quella che sentiva? Era Kerenhappock che spettegolava alla porta col panettiere? Qualcosa sbatacchiò nella stanza e gli sembrò di udire Miss Mitford che legava un mazzo di gerani. Ma era solo il vento – c’era tempesta oggi – che scuoteva la carta da pacchi attaccata sul vetro rotto della finestra. Era solo una voce ubriaca che farneticava nel canaletto di scolo. Era solo la vecchiaccia nell’angolo, che borbottava e borbottava mentre friggeva un’aringa in un tegame sul fuoco. Era stato dimenticato e abbandonato. Non arrivava nessun soccorso. Nessuna voce parlava con lui – i pappagalli gridavano “Pretty Poll, Pretty Poll” e i canarini continuavano i loro pigolii e cinguettii senza senso.