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Qui, mentre filtrava dalla finestra una luce polverosa, una donna si alzò pesantemente da un sacco e barcollò verso l’uscita in cerca di birra. Ripresero a bere e a imprecare. Una donna grassa lo tirò per le orecchie e gli pizzicò le costole, qualcuno fece una battuta odiosa su di lui – ci fu un boato di risate, e poi lei lo gettò nuovamente a terra. A calci la porta si spalancava. Ogni volta che succedeva Flush alzava lo sguardo. Era Wilson? O magari il signor Browning? O Miss Barrett? Ma no – era solo un altro ladro, un altro assassino; si ritrasse alla vista di quelle gonne inzaccherate, di quegli stivali duri, ruvidi. Una volta tentò di rodere un osso che era stato lanciato nella sua direzione. Ma i denti non riuscivano ad azzannare quella carne di pietra e l’odore rancido lo disgustava. La sete aumentava e fu costretto a lambire un po’ di quell’acqua verde, che si era rovesciata dal secchio. Ma mentre passava quel mercoledì e lui aveva sempre più caldo e sempre più sete e si sentiva sempre più indolenzito, ogni cosa si confondeva. A stento notava quel che succedeva. Solo quando si apriva la porta alzava gli occhi e guardava. No, non era Miss Barrett.
Miss Barrett, distesa sul sofà in Wimpole Street, cominciava a sentirsi in ansia. C’era qualche intoppo nella procedura. Taylor aveva promesso che sarebbe andato giù a Whitechapel mercoledì pomeriggio per conferire con “la Società”. Ma il pomeriggio di mercoledì, la sera di mercoledì erano passati, e Taylor ancora non veniva. Questo poteva solo significare, immaginava lei, che il prezzo si sarebbe alzato – il che al momento era abbastanza problematico. Tuttavia, ovviamente, avrebbe dovuto pagare. “Io devo riavere il mio Flush, lo sapete bene,” scrisse al signor Browning. “Non posso correre rischi, trattando e tirando sul prezzo.” Così giaceva sul sofà, scrivendo al signor Browning e tendendo l’orecchio per sentire se bussavano alla porta. Ma Wilson salì con le lettere; Wilson salì con l’acqua calda. Era ora di andare a letto e Flush non era ancora tornato.

Sorse l’alba di giovedì 4 settembre a Whitechapel. La porta si aprì e si richiuse. Il setter a pelo rosso che aveva guaito tutta la notte sul pavimento accanto a Flush fu caricato e portato via da un delinquente con una giacchetta di fustagno – verso quale destino? Era meglio venire uccisi o restare qui? Cos’era peggio – questa vita o quella morte? Il baccano, la fame e la sete, i fetori di quel posto – e pensare che una volta, ricordò Flush, aveva detestato il profumo dell’acqua di colonia – stavano rapidamente cancellando ogni nitida immagine, ogni singolo desiderio. Frammenti di antichi ricordi iniziarono a ronzargli in testa. Era la voce del vecchio dottor Mitford che gridava nei campi, quella che sentiva? Era Kerenhappock che spettegolava alla porta col panettiere? Qualcosa sbatacchiò nella stanza e gli sembrò di udire Miss Mitford che legava un mazzo di gerani. Ma era solo il vento – c’era tempesta oggi – che scuoteva la carta da pacchi attaccata sul vetro rotto della finestra. Era solo una voce ubriaca che farneticava nel canaletto di scolo. Era solo la vecchiaccia nell’angolo, che borbottava e borbottava mentre friggeva un’aringa in un tegame sul fuoco. Era stato dimenticato e abbandonato. Non arrivava nessun soccorso. Nessuna voce parlava con lui – i pappagalli gridavano “Pretty Poll, Pretty Poll” e i canarini continuavano i loro pigolii e cinguettii senza senso.