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Sembrava che nulla potesse spezzare quel legame – come se gli anni fossero destinati semplicemente a consolidarlo e cementarlo, per anni intendendo tutti gli anni della loro vita naturale. Il milleottocentoquarantadue diventò milleottocentoquarantatré; il milleottocentoquarantatré diventò milleottocentoquarantaquattro; il milleottocentoquarantaquattro diventò il quarantacinque. Flush non era più un cucciolo; era un cane di quattro o cinque anni; un cane nel fiore della vita – e Miss Barrett giaceva sempre sul sofà di Wimpole Street e Flush ai suoi piedi sullo stesso sofà. La vita di Miss Barrett era quella di “un uccellino in gabbia”. A volte si tratteneva in casa per settimane, e quando usciva era solo per un’ora o due, per andare in carrozza a vedere un negozio, o farsi portare in sedia a rotelle a Regent’s Park. I Barrett non lasciavano mai Londra. Il signor Barrett, i sette fratelli, le due sorelle, il maggiordomo, Wilson e le cameriere, Catilina, Folly, Miss Barrett e Flush continuavano tutti a vivere al numero 50 di Wimpole Street, a mangiare nella sala da pranzo, a dormire nelle camere da letto, a fumare nello studio, a cucinare in cucina, a trasportare catini d’acqua calda e svuotare vasi da notte, da gennaio a dicembre. Le fodere delle sedie si sporcavano leggermente; i tappeti si logoravano leggermente; la polvere del carbone, il fango, la fuliggine, la nebbia, gli odori del fumo di sigaro e di vino e di carne si accumulavano nelle fessure, nelle crepe, nei tessuti, sopra le cornici dei quadri, nelle spirali del legno intagliato. Mentre l’edera intorno alla finestra della camera da letto di Miss Barrett prosperava, la sua coltre verde si faceva sempre più spessa, e in estate i nasturzi e i rampicanti scarlatti crescevano avvinghiati insieme nel vaso sul davanzale.
Ma una sera dei primi di gennaio 1845 bussò il postino. Le lettere caddero nella cassetta come al solito. Wilson scese le scale per prendere la posta, come al solito. Tutto era come al solito – ogni sera il postino bussava, ogni sera Wilson andava a prendere le lettere, ogni sera c’era una lettera per Miss Barrett. Ma stasera la lettera non era la stessa lettera; era una lettera diversa. Flush lo vide benissimo, ancor prima che fosse aperta la busta. Lo capì dal modo in cui Miss Barrett la prese; la rigirò; guardò la grafia vigorosa, frastagliata con cui era scritto il suo nome. Lo capì dall’indescrivibile tremore delle sue dita, dall’impetuosità con cui strappò la linguetta, dalla concentrazione con cui leggeva. La guardò leggere. E mentre lei leggeva lui sentiva, come quando siamo mezzo addormentati e sentiamo arrivare dal rumore della strada il tintinnio di una campana e sappiamo che è rivolto a noi, in modo allarmante per quanto debole, come se qualcuno da lontano stesse cercando di svegliarci per avvisarci di un incendio, di un furto, o di una qualche minaccia alla nostra pace e sobbalziamo prima di svegliarci – così Flush, mentre Miss Barrett leggeva il piccolo foglio scarabocchiato, sentì una campana che lo svegliava dal sonno; che lo avvisava di un pericolo, una minaccia alla sua sicurezza, e gli intimava di smettere di dormire. Miss Barrett lesse la lettera velocemente; rilesse la lettera lentamente; la rimise attentamente nella busta. Neanche lei dormì più.