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Di nuovo, qualche sera dopo, sul vassoio di Wilson c’era una lettera simile. Di nuovo fu letta velocemente, letta lentamente, letta e riletta più volte. Poi fu rimessa via con cura, non nel cassetto che conteneva le voluminose pagine di lettere di Miss Mitford, ma da parte. Ora Flush pagava il prezzo dei lunghi anni di sensibilità accumulata restando sdraiato sui cuscini ai piedi di Miss Barrett. Era in grado di leggere segni che altri nemmeno scorgevano. Capiva dal tocco delle dita di Miss Barrett che lei aspettava una cosa sola – il colpo sulla porta del postino; la lettera sul vassoio. Lo stava magari accarezzando con un movimento leggero e regolare, quando all’improvviso – ecco il colpetto sulla porta – le sue dita si irrigidivano, e lui si sentiva stretto in una morsa fin quando Wilson saliva. Poi lei prendeva la lettera e lui veniva liberato, e dimenticato.
Comunque, concludeva fra sé, cosa aveva da temere, fintanto che non c’erano cambiamenti nella vita di Miss Barrett? E non c’era infatti nessun cambiamento. Non arrivava nessuna nuova visita. Veniva il signor Kenyon, come al solito; veniva Miss Mitford, come al solito. Venivano i fratelli e le sorelle; e la sera veniva il signor Barrett. Loro non notavano nulla; non sospettavano nulla. In questo modo Flush si rassicurava, e cercava di credere, quando passavano alcune sere senza che arrivasse la busta, che il nemico si era ritirato. Un uomo col mantello, così lo immaginava – una figura intabarrata, con un cappuccio da monaco – era passato come un ladro, aveva sbatacchiato la porta, e trovandola ben custodita si era allontanato di soppiatto, sconfitto. Il pericolo – Flush tentò di convincersene – era scampato. L’uomo se n’era andato. Poi la lettera tornò di nuovo.

Man mano che le buste giungevano sempre più regolarmente, sera dopo sera, Flush iniziò a scorgere segni di cambiamento in Miss Barrett. Per la prima volta nell’esperienza di Flush, era irritabile e irrequieta. Non riusciva a leggere e non riusciva a scrivere. Stava in piedi alla finestra e guardava fuori. Interrogava ansiosamente Wilson sul tempo – c’era ancora vento, soffiava sempre da est? C’era già qualche segnale di primavera nel parco? Oh no, rispondeva Wilson; era sempre lo stesso vento crudele dell’est. E Miss Barrett, Flush lo sentiva, era a un tempo sollevata e seccata. Tossiva. Si lamentava dicendo di sentirsi male – ma non così male come quando il vento soffiava da est. E poi, quando rimaneva sola, rileggeva la lettera della sera prima. La più lunga che avesse avuto sinora. Molte pagine, fittamente ricoperte di macchie scure, erano disseminate di piccoli, strani geroglifici dal tratto brusco. Tanto Flush era in grado di vedere dalla sua postazione ai piedi di lei. Ma non poteva cogliere il senso delle parole che Miss Barrett mormorava fra sé e sé. Riuscì solo a percepire la sua agitazione quando arrivò alla fine della pagina e lesse ad alta voce (seppur in modo inintelligibile), “Pensate che potrò vedervi fra due mesi, tre mesi?”.