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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice
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Un’educazione come questa, ricevuta nella camera sul retro in Wimpole Street, avrebbe prodotto i suoi effetti anche su un cane ordinario. E Flush non era un cane ordinario. Era

vivace, ma riflessivo; canino, ma altamente sensibile alle emozioni umane. Su un cane come lui, l’atmosfera della camera si impresse con forza straordinaria. Né possiamo rimproverarlo, se la sua sensibilità fu coltivata quasi a scapito delle sue qualità più austere. Naturalmente, a forza di starsene disteso con il capo reclinato su un dizionario di greco a fargli da cuscino, perse il gusto di abbaiare e di mordere; iniziò a preferire il silenzio del gatto all’energia del cane; e più ancora dell’uno o dell’altra, la simpatia umana. Miss Barrett faceva anche lei del suo meglio per raffinare e educare ulteriormente le sue facoltà. Una volta prese un’arpa poggiata davanti la finestra, gliela mise vicino e gli chiese se pensava che quell’arpa, che produceva musica, fosse viva. Lui guardò, ascoltò e avendo riflettuto, così sembrava, e dubitato per un momento, poi decise che non lo era. Altre volte lo metteva in piedi accanto a sé davanti allo specchio e gli chiedeva perché abbaiasse e tremasse. Quel piccolo cane marrone lì di fronte non era forse proprio lui stesso? Ma cos’è “se stesso”? È quello che vedono gli altri? O quello che uno è? Così anche Flush ponderava la questione, e, incapace di risolvere il problema della realtà, si stringeva più vicino a Miss Barrett e la baciava “con eloquenza”. Quello perlomeno era reale.

Fresco di riflessione su tali problemi, e con tali dilemmi emotivi ad agitare il suo sistema nervoso, scendeva di sotto, e non possiamo sorprenderci se c’era qualcosa – un che di altezzoso, di superiore – nel suo portamento che destava la collera di Catilina, il selvaggio bracco cubano, che perciò lo aggrediva e lo mordeva, e lo rispediva di sopra, gemente, in cerca di consolazione da Miss Barrett. Flush “non è certo un eroe”, concludeva lei; ma perché non era certo un eroe? Non era in parte colpa sua? Miss Barrett era troppo giusta per non rendersi conto che era per lei che Flush aveva sacrificato il suo coraggio, così come per lei aveva sacrificato il sole e l’aria. Questa sensibilità nervosa aveva i suoi inconvenienti, senza dubbio – si era profusa in scuse quando lui s’era lanciato contro il signor Kenyon e lo aveva morso per essere inciampato sulla corda della campanella; era fastidioso quando si lamentava pietosamente tutta la notte perché non gli era permesso dormire sul letto di Miss Barrett – quando si rifiutava di mangiare se lei non lo imboccava; ma lei si prendeva ogni colpa e sopportava i fastidi perché, dopotutto, Flush l’amava. Aveva rifiutato l’aria e il sole per amor suo. “Si merita, d’essere amato, no?” chiedeva al signor Horne. E qualunque risposta desse il signor Horne, Miss Barrett ne era certa già di suo. Lei amava Flush, e Flush meritava il suo amore.