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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice
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Ma i bei giorni d’estate finirono presto; iniziarono a soffiare i venti d’autunno; e Miss Barrett si ridispose a una vita di totale reclusione nella sua stanza. Anche la vita di Flush era cambiata. La sua educazione all’aperto fu soppiantata da quella in camera da letto, che per un cane del suo temperamento era la più severa che si potesse inventare. Le sue uniche uscite – ed erano fugaci e sbrigative – le faceva in compagnia di Wilson, la cameriera di Miss Barrett. Per il resto della giornata rimaneva nella sua postazione sul sofà, ai piedi di Miss Barrett. Ogni suo istinto naturale veniva frustrato e contraddetto. Quando i venti autunnali avevano spirato l’anno scorso nel Berkshire, lui aveva corso all’impazzata per le stoppie; ora, al suono dell’edera che ticchettava sui vetri, Miss Barrett chiedeva a Wilson di controllare che la finestra fosse ben chiusa. Quando le foglie del fagiolo rampicante scarlatto e dei nasturzi nel vaso sul davanzale si fecero gialle e caddero, lei si avvolse lo scialle indiano più stretto attorno alle spalle. Quando la pioggia d’ottobre iniziò a sferzare la finestra, Wilson accese il fuoco, radunando la brace. L’autunno si intensificava, si faceva inverno, e le prime nebbie ingiallirono l’aria. Wilson e Flush a malapena trovavano a tentoni la via per la cassetta della posta o per la farmacia. E tornando, non si riusciva a scorgere nulla, nella stanza, se non quei pallidi busti che s’intravedevano fiochi in cima agli armadi; i contadini e il castello erano svaniti dalla tenda; un giallo opaco riempiva il vetro. A Flush sembrava che lui e Miss Barrett vivessero soli, insieme, in una caverna imbottita di cuscini e illuminata dal fuoco. Fuori il traffico ronzava perpetuo, ma attutito; di tanto in tanto una voce roca gridava “S’accomodano sedie e cestini!” giù per la strada: a volte si sentiva il suono metallico di un organetto, che si avvicinava sempre più; e poi si allontanava, si affievoliva. Ma nessuno di questi suoni significava libertà, azione, esercizio. Il vento e la pioggia, i giorni selvaggi d’autunno e i giorni freddi di metà inverno significavano tutti allo stesso modo, per Flush, nient’altro che calore e immobilità; le lampade che si accendevano, le tende che si chiudevano, il fuoco che veniva ravvivato.

All’inizio la tensione era troppo forte da sopportare. Non riusciva a trattenersi dal ballare per la stanza in un giorno ventoso d’autunno, quando le pernici, certo, razzolavano tra le stoppie. Gli sembrava di udire i fucili nella brezza. Non si tratteneva dal correre alla porta coi peli del collo drizzati quando sentiva un cane abbaiare fuori. E tuttavia, quando Miss Barrett lo richiamava, quando gli poggiava la mano sul collare, lui non poteva negare che un altro sentimento, urgente, contraddittorio, spiacevole – non sapeva come chiamarlo, né sapeva perché gli obbedisse – lo frenava. E si accucciava, fermo, ai suoi piedi. Acconsentire, controllare, sopprimere i più violenti istinti della sua natura – era quella infatti la lezione principale della scuola della camera da letto, ed era di una tale portentosa difficoltà che molti studiosi hanno imparato il greco con minore sforzo: e molte battaglie vittoriose non sono costate ai loro condottieri la metà di quella fatica. Ma d’altra parte, qui l’insegnante era Miss Barrett. Tra loro – Flush lo sentiva sempre di più, col passare delle settimane – c’era un legame, una scomoda ma emozionante vicinanza; cosicché, se il piacere di lui procurava dolore a lei, allora il piacere non era più piacere – ma tre quarti di dolore anche per lui. Questo gli si dimostrava vero tutti i giorni. Qualcuno apriva la porta e lo chiamava con un fischio. Perché non sarebbe dovuto uscire? Bramava l’aria e il movimento; aveva gli arti rattrappiti a forza di stare sdraiato sul sofà. Non s’era mai abituato del tutto all’odore di quell’acqua di colonia. Ma no – con tutta la porta aperta, lui non voleva lasciare Miss