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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice
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L’estate del 1842, ci dicono gli storici, fu non molto diversa dalle estati precedenti, ma per Flush fu così differente che deve aver dubitato che il mondo fosse lo stesso. Fu un’estate passata in una camera da letto; un’estate passata con Miss Barrett. Fu un’estate passata a Londra, passata nel cuore stesso della civiltà. Dapprima non vide altro che la camera da letto e il mobilio, ma già solo quello era in sé sorprendente. Identificare, distinguere e chiamare col giusto nome tutti i diversi articoli che vedeva già lo confondeva abbastanza. E si era a malapena abituato ai tavoli, ai busti, ai lavamano – l’odore dell’acqua di colonia ancora gli lacerava le narici – quando arrivò una di quelle rare giornate belle ma non ventose, calde ma non afose, secche ma non polverose, quando un malato può prendere un po’ d’aria. Venne il giorno che Miss Barrett poté senza rischi affrontare l’avventura di andare a fare compere con sua sorella.

Fu fatta chiamare la carrozza; Miss Barrett si alzò dal sofà; velata e imbacuccata, scese le scale. Flush ovviamente andò con lei. Balzò in carrozza al suo fianco. Accucciato in grembo alla padrona, tutta la pompa di Londra nel suo splendore più pieno gli esplose davanti agli occhi sbalorditi. Fecero un giro per Oxford Street. Vide case fatte quasi tutte di vetro. Vide finestre decorate di festoni sfavillanti; ricolme di pile luccicanti di rosso magenta, viola, giallo, rosa. La carrozza si fermò. Entrò in gallerie misteriose, velate da nuvole e tele di mussolina colorata. A milioni odori dalla Cina, dall’Arabia spandevano il loro fragile incenso fin nelle più remote fibre dei suoi sensi. Sopra i banconi sfilavano veloci metri di lucidissima seta; più cupamente, più lentamente si srotolavano pesanti tele di bambagina. Le forbici tagliavano; le monete scintillavano. Si piegava la carta; si annodavano fili. Tra piume ondeggianti, festoni sventolanti, livree gialle, facce di passanti, salti e balli su e giù, Flush, saziato dalla molteplicità di sensazioni, si assopì, s’addormentò e sognò, e non capì più nulla fin quando non fu sollevato e tirato fuori dalla carrozza, e il portone di Wimpole Street non gli si richiuse di nuovo alle spalle.

E il giorno successivo, dato che il bel tempo continuava, Miss Barrett si avventurò in un’impresa ancora più temeraria – si fece portare in Wimpole Street su una sedia a rotelle. Di nuovo Flush l’accompagnò. Sentì per la prima volta le unghie ticchettare sul duro selciato di Londra. Per la prima volta l’attacco incrociato di una via londinese in un caldo giorno d’estate gli assalì le narici. Fiutò gli odori che vengono dai canali di scolo, da far perdere i sensi; gli odori acri che corrodono le inferriate d’acciaio; le esalazioni inebrianti che salgono dai sottoscala – odori più complessi, corrotti, violentemente accostati e contrastanti di qualunque odore avesse mai fiutato nei campi vicino a Reading; odori che andavano molto oltre la portata del naso umano; cosicché mentre la sedia a rotelle avanzava, lui si fermava, meravigliato; e fiutava, assaporava, finché uno strattone al collare non lo trascinava in avanti. E poi, mentre trotterellava per Wimpole Street al seguito della carrozzina di Miss Barrett, rimaneva stordito dal passaggio di corpi umani. Intorno al capo gli frusciavano sottogonne; pantaloni gli sfioravano i fianchi; talvolta una ruota gli sfrecciava a un centimetro dal naso; al passaggio di un furgone un vento di distruzione gli rombava nelle orecchie e gli arruffava le frange delle zampe. E lui precipitava nel terrore. Per fortuna la catena gli tirava il collare; Miss Barrett lo teneva stretto, altrimenti sarebbe corso incontro alla rovina.