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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Ma mentre Flush seguiva trotterellando Miss Mitford, la quale seguiva a sua volta il maggiordomo, provava più stupore per quel che annusava che per ciò che vedeva. Su per la tromba della scalinata salivano calde zaffate di carne arrosto, volatili in umido, minestre che sobbollivano – estasianti quasi quanto il cibo vero, per narici abituate ai magri sapori dei miserrimi pasticci e delle fritture di Kerenhappock. E altri odori si mescolavano a quelli del cibo – fragranze di legno di cedro e di sandalo e di mogano; tracce odorose di corpi maschili e corpi femminili; di domestici e cameriere; di cappotti e pantaloni; di crinoline e mantelli; di tappezzerie e tende di velluto; di polvere di carbone e nebbia; di vino e di sigari. Ogni stanza, al suo passaggio – sala da pranzo, salotto, biblioteca, camera da letto – emanava un odore che dava il proprio contributo alla pietanza generale; frattanto, un passo dopo l’altro, ogni zampa posata a terra si sentiva accarezzata dalla sensualità dei morbidi tappeti di lana che amorosamente la trattenevano. Dopo un po’ giunsero in fondo alla casa, davanti a una porta chiusa. Un colpetto delicato, e delicatamente la porta si aprì.

La camera da letto di Miss Barrett – poiché era proprio quella – doveva essere buia, secondo tutte le testimonianze. La luce, normalmente oscurata da una tenda di damasco verde, era in estate resa ancor più fioca dall’edera, dal fagiolo rampicante scarlatto, dal convolvolo e dai nasturzi che crescevano nel vaso sul davanzale. Dapprima Flush non riuscì a distinguere nulla, in quella pallida oscurità verdastra, al di fuori di cinque globi bianchi che luccicavano misteriosamente a mezz’aria. Ma ancora una volta fu l’odore della stanza a travolgerlo. Solo un archeologo che sia disceso gradino dopo gradino in un mausoleo, per trovarsi in fondo a una cripta incrostata di muffe, di fango e di melma, che trasuda acri fetori di marcio e antichità, mentre busti di marmo mutilati dal tempo baluginano sospesi, e ogni cosa s’intravede solo vagamente alla luce della piccola lanterna oscillante ch’egli sorregge, abbassa, gira per lanciare occhiate ora qui, ora là – solo le sensazioni di un tale esploratore addentratosi tra le arcate sepolte di una città distrutta si possono paragonare al tumulto di emozioni che inondò i nervi di Flush quando si trovò per la prima volta nella camera di un’inferma, in Wimpole Street, e sentì l’odore dell’acqua di colonia.

Molto lentamente, molto vagamente, dopo molto fiutare e tastare, Flush iniziò gradualmente a distinguere i contorni di diversi pezzi di arredamento. Quell’oggetto enorme vicino alla finestra era forse un armadio. Accanto, presumibilmente, c’era un comò. Nel mezzo della stanza emerse in superficie quel che appariva come un tavolino con intorno un anello; poi le figure vaghe, amorfe, di altri tavoli e poltrone. Ma tutto era come camuffato. Sulla sommità dell’armadio c’erano tre busti bianchi; il comò era sormontato da una libreria; la libreria era foderata di merino cremisi; il lavamano era sovrastato da una corona di mensole; sulle mensole che stavano sopra il lavamano c’erano altri due busti. Niente in quella stanza era ciò che era; ogni cosa era qualcos’altro. Neanche le tende erano semplici tende di mussola; erano di stoffa dipinta, con un motivo di castelli e stradine e boschetti, e contadini che facevano una passeggiata. Gli specchi rimandavano di questi oggetti già distorti immagini ancor più distorte, cosicché sembrava ci fossero dieci busti di poeti invece di cinque; quattro tavoli invece di due. E all’improvviso si produsse una confusione ancora più terribile: all’improvviso Flush vide, da un buco nel muro, un altro cane che lo fissava di rimando, con gli occhi brillanti che mandavano bagliori, e la lingua penzolante! Indugiò meravigliato. Poi avanzò con sacro timore.