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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Anche oggi non c’è forse nessuno che suoni il campanello di una casa di Wimpole Street senza trepidazione. È la più solenne delle strade londinesi, la più impersonale. Di più: quando il mondo sembra andare in rovina, e tremano le fondamenta della civiltà stessa, basta andare in Wimpole Street; passeggiare per quel viale; esaminare quelle case; considerare la loro uniformità; sorprendersi delle tende alle finestre, ammirare i battenti d’ottone tutti uguali; osservare i macellai che porgono tocchi di carne e le cuoche che li ricevono; stimare il reddito degli abitanti e dedurne di conseguenza la loro perfetta sottomissione alla legge di Dio e degli uomini – basta andare in Wimpole Street e abbeverarsi alla pace che emana dall’autorità e tirare un sospiro di gratitudine per il fatto che, se Corinto è caduta e Messina è stata distrutta, se tutte le corone sono state spazzate via dal vento e gli antichi imperi avvolti dalle fiamme, Wimpole Street è sempre lì, inamovibile; e da Wimpole Street svoltando in Oxford Street, dal cuore sale alle labbra la preghiera che neanche un mattone di Wimpole Street sia mai spostato, mai una tenda lavata, e mai il macellaio smetta di porgere e una cuoca di ricevere il controfiletto, la coscia, il petto, le costolette di montone e di manzo, per sempre, nei secoli dei secoli: perché fin quando rimane in piedi Wimpole Street, la civiltà è al sicuro.

I maggiordomi di Wimpole Street si muovono lentamente anche oggi; ma nell’estate del 1842 erano ancora più lenti. L’obbligo di indossare la livrea era allora categorico; il rituale del grembiule di panno verde per la pulizia dell’argento, del panciotto gessato e frac nero per aprire la porta di casa era osservato con maggiore attenzione. È dunque probabile che Miss Mitford e Flush siano stati lasciati in attesa sulla soglia per almeno tre minuti e mezzo. Finalmente, però, si spalancò la porta del numero 50; Miss Mitford e Flush furono fatti entrare. Miss Mitford era una visitatrice frequente; non c’era nulla che potesse sorprenderla – caso mai qualcosa che poteva metterla in soggezione – alla vista della magione della famiglia Barrett. Ma l’effetto su Flush dev’essere stato travolgente. Fino a questo momento non aveva messo piede in nessun’altra casa che non fosse l’umile cottage di Three Mile Cross. Lì il pavimento in legno era spoglio; le stuoie logore; le sedie scadenti. Qui non c’era nulla di spoglio, nulla di logoro, nulla di scadente – che Flush potesse scorgere a prima vista. Il signor Barrett, il padrone di casa, era un ricco mercante; la sua era una grande famiglia di figlie e figli adulti, con un seguito proporzionalmente numeroso di domestici. La casa era ammobiliata secondo la moda della fine degli anni trenta, con una sfumatura, senza dubbio, di quel gusto orientale che lo aveva spinto, nel costruire una casa nello Shropshire, ad adornarla con le cupole e mezzelune tipiche dell’architettura moresca. Qui in Wimpole Street tali stravaganze non erano consentite; ma possiamo immaginare che quelle stanze oscure dai soffitti alti fossero piene di ottomane e mogano intarsiato; di tavoli dalle forme attorcigliate, sui quali facevano mostra di sé soprammobili in filigrana; di pugnali e spade appesi alle pareti color borgogna; di oggetti curiosi riportati dalle sue proprietà nelle Indie Orientali, riposti in nicchie e angoli nascosti; e di ricchi, spessi tappeti che rivestivano i pavimenti.